27/10/2009
Quanto ci si può fidare del partner? Il sospetto
La scorsa settimana ho visto al cinema il film italiano "La doppia ora". Come ho provato a fare per altri film che mi hanno fatto riflettere e di cui ho scritto in questo blog vorrei partire da questa pellicola per ampliare un po' l'argomento parlando della fiducia nei rapporti di coppia.
La protagonista del film,Sonia, è una ragazza di Lubiana trasferitasi a Torino dove conosce in uno speed date un ex poliziotto. Scatta subito fra i due l'attrazione e inizia una storia. Senza svelare troppo la trama per quelli che non l'hanno ancora visto, il protagonista Guido che ha un amico poliziotto che lo vuole mettere in guardia su Sonia, comincia a sospettare che la persona di cui si è innamorato non sia quella che lui pensa. I continui sospetti dell'amico poliziotto su questa ragazza cominciano a far vacillare la fiducia che Guido nutre nei confronti della sua ragazza. Lui infatti si fida di lei anche se non conosce la sua storia. Non sa niente di lei. Poi ricostruisce delle informazioni di cui prima non era a conoscenza e arriva a scoprire la verità. Una dura verità.
E' questo uno dei grandi temi affrontati nel cinema: pensiamo al bellissimo "Il sospetto" di Hitchcock in cui la protagonista è dilaniata dal sospetto che l'uomo che sposa contro il volere dei genitori, interpretato da Cary Grant, non sia l'uomo di cui si sia innamorata ma una persona senza scrupoli che voglia avvelenarla per intascarne l'assicurazione. Ma poi si scopre che il marito non aveva mai provato ad ucciderla e che i sospetti della protagonista erano infondati. La cosa bella del film e che lo rende un potente thriller psicologico è che la donna vive nel terrore che la persona con cui vive e che non conosce bene voglia addirittura ucciderla, senza avere delle prove, però. Lo sospetta appunto.
O il più recente "Malice- Il sospetto", film americanno del 1993 con Nicole Kidman, in cui questa volta è il marito a nutrire dei sospetti sulla moglie che architetta con un complice un piano per ottenere un risarcimento dall'ospedale dove era stata operata. Il protagonista comincia ad avere forti sospetti sulla moglie che era rimasta incinta, quando scopre per caso di essere sterile e che quindi suo moglie l'aveva tradito con un altro uomo. Da allora comincia ad indagare e scopre il piano diabolico della moglie. Ma in questo caso il sospetto era più che fondato.
Questo tema del sospetto apre tanti interrogativi: quanto ci si può fidare della persona con cui si sta, soprattutto se non la si conosce abbastanza? La fiducia nel partner può essere illimitata? Quando si cominciano a nutrire dei sospetti nei confronti del partner cosa si può fare? Come si può convivere con questo pensiero che può diventare perfino ossessionante? Se non si ha più fiducia nel partner la relazione può andare avanti lo stesso? Come si fa a portare avanti infatti una relazione in un clima di non fiducia?
Un tema correlato a questo è la paura del tradimento. La fiducia, infatti, è alla base di una relazione di coppia: quando viene a mancare si corre il rischio di compromettere seriamente il rapporto e un clima di sospetti su un eventuale tradimento del partner o su chi sia veramente la persona con cui si condivide un percorso di vita e che si pensava di conoscere così bene non può che peggiorare il senso di insicurezza che vive chi non riesce più a fidarsi dell'altro.
Diverso ancora è il caso delle persone che non riescono fin dall'inizio della storia ad avere fiducia nel partner, anche approfondendo con il tempo la conoscenza e che quindi non fidandosi, vuoi per problemi familiari, vuoi per storie precedenti che hanno provocato sofferenza e di conseguenza forte delusione, hanno dei problemi anche ad "affidarsi" all'altro. Costoro corrono il rischio di sospettare sempre che l'altro, prima o poi, li possa deludere, come magari hanno fatto gli altri partner che hanno avuto oppure come ha fatto il genitore di sesso opposto che non li ha fatti sentire sufficientemente protetti quando erano bambini.
14:00
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11/09/2009
Le consulenze on line
Introduzione
È evidente a tutti come negli ultimi tempi stia cambiando la fruizione da parte della popolazione di strumenti ad alto contenuto tecnologico. Basti pensare alla grande diffusione dei telefoni cellulari, dei dispositivi satellitari, del personal computer, e quindi anche di internet.
Rispetto alla realtà degli Stati Uniti, in cui la pratica delle consulenze/psicoterapie on line è molto più diffusa e da molto più tempo, nel nostro Paese la diffusione di tale strumento ha preso piede e forma concreta solamente negli ultimi dieci anni, da quando si è compresa l’importanza dell’informazione nella cura e prevenzione dei principali disturbi psicologici-psichiatrici.
Di conseguenza l’utilizzo sempre più massiccio di tali strumenti tecnologici ha mutato i tempi, i modi e la qualità della nostra vita di tuttii giorni. E tale cambiamento è avvenuto soprattutto per quanto riguarda la modalità di comunicare e di relazionarsi fra gli uomini.
Cosa sono le consulenze/psicoterapie on line?
Fermo restando che esiste una differenza sostanziale tra consulenza e psicoterapia possiamo cercare di dare una definizione di cosa si intenda per consulenza (o counseling) on line e per psicoterapia on line.
Con il termine “consulenza psicologica on line” si intende un processo di consulenza psicologica realizzato in rete, mediante una connessione ad internet, che si può effettuare sia attraverso l’invio delle e-mail sia attraverso l’uso delle chat-line, che permettono, a differenza delle prime, un contatto in diretta fra il consulente e il consultante, geograficamente magari distanti fra loro. Un ulteriore strumento è rappresentato dalla consulenza on line in collegamento diretto audio-video, tramite l’utilizzo di una tecnologia più sofisticata, ma che permette in tempo reale uno scambio sincrono di rappresentazioni di immagini e suoni fra consulente e consultante.
Mentre la “psicoterapia on line” può essere definita come quel “trattamento e cura non farmacologica dei disturbi della psiche conseguibile all’interno di una relazione terapeutica priva della presenza fisica dei due partner”.
Differenze e somiglianze metodologiche fra la consulenza tradizionale e quella on line
Il professionista che lavora in rete ha come riferimento, in ogni momento del processo di consultazione, le regole e i modelli derivati dalla metodologia della consulenza psicologica più tradizionale che viene realizzata faccia a faccia in un ambiente condiviso da entrambi gli interlocutori, in una stanza di consultazione.
Il corpus teorico-metodologico dal quale prende forma e si dispiega il processo di consulenza on line è pertanto il risultato di una trasformazione di quello impiegato nell'incontro vis a vis.
In altre parole, le differenze fra le due forme di lavoro ci sono, ma sono perlopiù di ordine metodologico-strumentale.
Le diversità fra i due strumenti di lavoro sono riconducibili, essenzialmente, alle diverse marche di contesto che rispettivamente li caratterizzano.
In particolare, esse sembrano essere legate alle dimensioni contestuali e di setting nei quali si organizzano e si dispiegano i processi comunicativi e relazionali che sostanziano le due tipologie di consulenza.
In sostanza il consulente e il consultante, motivati l'uno a offrire e l'altro a ricevere aiuto e sostegno a livello emotivo e relazionale, sono (e rimangono) due persone, che invece di comunicare e relazionarsi all'interno di una stanza, lo fanno stando l'uno lontano dall'altro.
La consulenza on line e la consulenza realizzata vis a vis, pur muovendosi da e attraverso epistemologie e contesti diversi, costituiscono due strumenti finalizzati al raggiungimento di uno scopo comune: quello di riuscire a chiarire la qualità del problema-bisogno e l'eventuale sintomatologia prevalente che stanno alla base della richiesta di consultazione.
Attraverso la restituzione vengono comunicate al paziente anche le modalità e i tempi ipotizzati per la “risoluzione” del suo problema-bisogno o l'opportunità di incontrare altri professionisti per gli accertamenti diagnostici del caso.
La consulenza on line è un tipo di intervento sostanzialmente “breve” perché l'intero percorso nel tempo può durare, a seconda dei casi, da un minimo di uno a un massimo di 4-5 “incontri”.
Per quanto riguarda la dimensione temporale, il consulente dopo aver posto una preliminare attenzione, a scopo anamnestico e diagnostico, alla storia passata del consultante e al suo mondo relazionale, sarà prevalentemente orientato a considerare la situazione attuale e gli sviluppi che essa potrebbe avere sul futuro prossimo della sua vita.
Vantaggi e svantaggi della consulenza on line
Uno dei vantaggi della consuelnza on line risiede principalmente nell’immediatezza del contatto e nella garanzia dell’anonimato offerta dal consulente a chi richiede una consulenza. Pensiamo infatti quanto sia ancora diffuso fra la popolazione il pregiudizio che allo psicologo si rivolge chi “non ha la testa a posto” e quanto tale richiesta di aiuto sia vista, ancora da molti con estrema vergogna.
Quindi la conservazione dell’anonimato può favorire una maggiore disponibilità a chiedere aiuto da parte del consultante.
Da varie ricerche risulta, infatti, come il primo contatto in rete con il professionista inneschi processi più ampi e spinga spesso l’utente ad iniziare un percorso terapeutico personale di tipo tradizionale. Questo è, del resto, uno degli obiettivi del counseling on line.
La richiesta di un “consiglio” on line può rappresentare l’oppurtunità di fare il primo passo che rompe il silenizio e la paura di chi per la pima volta decide di parlare con un esperto del suo problema.
Gli svantaggi sono ovviamente rappresentati dalla mancanza di tutte le informazioni a livello della comunicazione non verbale (lo sguardo, la mimica, il modo di stare seduti, l’aspetto fisico sia del professionista sia del cliente). Ma ciò che avviene attraverso le consulenze on line è comunque una vera comunicazione sia da una parte sia dall’altra.
Un altro svantaggio è rappresentato dal fatto che, a differenza della consulenza tradizionale, la consulenza on line non ha una storia di successi validati scientificamente, essendo una pratica molto recente e di conseguenza richiede di essere verificata e valutata nel tempo.
14:05
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13/02/2009
Milk: il coraggio delle proprie idee
Eccomi di nuovo a scrivere di cinema. Ci sono tanti film interessanti in questo periodo da andare a vedere.
Uno di questi è sicuramente il film "Milk" del regista Gus Van Sant con un bravissimo Sean Penn, che interpreta Harvey Milk, il primo americano gay dichiarato ad essere eletto per una carica pubblica.
Il film ripercorre appunto la vita di Milk dal 1970 in cui il protagonista ha appena compiuto 40 anni fino al 1978, anno del suo assassinio.
Già dalle prime battute il protagonista Harvey confida al ragazzo che diventerà il suo compagno di essere certo di non arrivare a compiere 50 anni. Questa affermazione che dà già una sensazione di sinistro è come se fosse una sorta di "autoprofezia che si autoavvera". L'altra certezza di Harvey è di non aver combinato niente nella sua vita di cui andare particolarmente fiero. E' forse questo pensiero che lo porta a decidere di vivere la propria omosessualità alla luce del sole e a trasferirsi a San Francisco nel quartiere Castro che diventerà in poco tempo una roccaforte gay.
Quello che colpisce di questo uomo normale è la determinazione, il coraggio delle proprie scelte e la capacità di appassionare alla sua causa un gruppo di ragazzi che faranno parte del suo staff e che dopo la sua morte continueranno negli anni a portare avanti il suo impegno affinchè i gay possano godere degli stessi diritti civili degli altri cittadini.
Il film infatti racconta soprattutto il clima di intolleranza che si respirava in quegli anni. Intolleranza che si esprimeva nelle retate della polizia nei confronti dei gay, (che ci vengono proposte nelle immagini di repertorio), nelle battaglie ideologiche dei suoi avversari politici che culminano nel suo assassinio, ad opera di un suo collega consigliere, di idee opposte alle sue che all'inizio viene attratto da questo uomo così normale e così determinato ma che poi uccide, colpendolo alle spalle.
Morte prematura ma annunciata che però non è avvenuta invano dal momento che il nome di Milk continua a circolare come esempio di coraggio a distanza di trent'anni anche nelle nuove generazioni. Il regista stesso infatti ha dichiarato che fece outing dopo che Milk venne ucciso.
14:48
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12/01/2009
L'importanza di avere delle passioni
E' fondamentale avere delle passioni nella propria vita. Qualcosa che ci emozioni, ci faccia sentire vivi, che ci tenga occupati, che ci aiuti a staccare dal lavoro, dalle preoccupazioni quotidiane. Coltivare qualcosa di nostro che si può anche condividere con gli amici o con il/la partner ma che però dobbiamo sentire principalmente nostro.
Io, per esempio, ho la passione per il cinema ma anche per la musica e per altre cose.
Può essere un hobby, un'idea, un passatempo, un gioco, uno sport da praticare ma è importante che la coltiviamo e che non lasciamo che gli altri ce la facciano abbandonare.
Potrà sembrerà banale ma non bisogna sottovalutare l'importanza di coltivare una passione nel corso della propria vita. Le passioni con il tempo possono anche cambiare: quello che ci piace da adolescenti magari può non piacerci più a trenta anni . O forse sì se la nostra passione è forte e resiste agli attacchi del tempo e dell'età.
Senza passioni la vita può essere monotona, ripetitiva, priva di stimoli e spesso, purtroppo, per alcuni lo è .
Ecco allora se troviamo qualcosa nel nostro percorso di vita che ci piace veramente, che ci diverte, che ci fa stare bene proviamo a non perderla per strada o ad abbandonarla. Proteggiamola e vogliamole bene! Permetteremo in questo modo di volere più bene anche a noi stessi.
19:12
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17/12/2008
La presenza a scuola dello psicologo è importante
Non esiste ancora oggi in Italia un servizio psicologico per la scuola. Noi pensiamo invece che la nostra scuola abbia bisogno di psicologia e che sia importante per gli insegnanti, per gli alunni, per i genitori e per tutta la comunità scolastica la presenza di questa figura professionale per offrire la sua ricchezza e il suo contributo sia per gli aspetti legati alla prevenzione sia per gli interventi mirati alla promozione della salute e del benessere psico-fisico delle giovani generazioni.
Finora, però, all’interno delle scuole si è sviluppato più che altro un modello di intervento che potesse correggere le anomalie. Bisognerebbe allora superare una visione alunnocentrica della scuola, per lo più rivolta all’individuazione del disagio del singolo allievo e alla sua risoluzione (e svincolarsi da una mentalità essenzialmente clinico-terapeutica) e pensare lo psicologo scolastico come una figura che si avvale di una pluralità di competenze psicologiche e che possa rispondere ai vari bisogni (consulenza, formazione, analisi organizzativa, orientamento) delle diverse componenti del sistema-scuola: docenti, alunni, famiglie, personale amministrativo ed ausiliario.
Il disagio di un allievo, infatti, se ha condizioni strutturali più radicali, non viene più ad identificarsi con il caso singolo, quello certificato dal servizio sanitario pubblico, ma presenta, ormai, confini maggiormente sfumati e generalizzabili. Esso viene, pertanto, a collocarsi all’incrocio di numerose variabili: familiari, sociali, culturali, strutturali all' istituzione scolastica stessa.
La scuola, allora, non dovrebbe più essere vista soltanto come un luogo di cura, ma come uno spazio e un tempo privilegiato di acquisizione dei sistemi simbolico-culturali e di socializzazione.
Essa dovrebbe rappresentare un contesto atto a favorire il processo educativo, nel quale anche la competenza psicologica si pone al servizio degli adulti: genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, personale non docente, al fine di coordinare iniziative educative fra la scuola e la famiglia.
Un contesto idoneo a rendere i genitori competenti. Un contesto efficace nel progettare piani e processi didattici e volto a migliorare l’organizzazione didattica.
Lo psicologo all’interno del sistema scolastico può proporre interventi di promozione della salute e del benessere psico-fisico, tenendo conto in particolare dei contesti di sviluppo dei giovani, in modo da favorire l’aumento delle competenze educative degli adulti che entrano in relazione con i ragazzi: genitori, educatori, insegnanti.
Uno dei compiti dello psicologo consiste, infatti, nel diffondere una sensibilità psicologica nei rapporti fra le persone per produrre un clima scolastico basato su un confronto positivo ed aperto e nel favorire in chi vi opera (studenti, insegnanti, famiglie, personale non docente) la conoscenza dei processi dell’età evolutiva e di rinforzo personale, la costruzione di relazioni significative, lo sviluppo di competenze relazionali e l’utilizzo di tecniche comunicative.
Fine ultimo dello psicologo è quello di rendere l’ambiente della scuola un contesto educativo e di apprendimento, improntato sui processi di crescita psicologica degli studenti.
09:27
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27/11/2008
Quando è l'anima ad essere rotta
In una società fortemente in crisi come la nostra avvertiamo un forte bisogno di psicologia. Risulta, allora, importante per la comunità la figura dello psicologo per offrire la sua ricchezza e il suo contributo sia per gli aspetti legati alla prevenzione sia per gli interventi mirati alla promozione della salute e del benessere psicofisico.
In psicologia clinica però gli interventi che vengono per lo più attuati privilegiano un’ottica medicalistica, volta ad individuare il disagio. Finora, infatti, è prevalso un modello di intervento prevalentemente “ortopedico”, un modello, cioè, che potesse correggere le anomalie, come quando ci si rivolge appunto all’ortopedico perchè si ha una gamba rotta.
Ma quando è l’anima ad essere “rotta" ?
Non la si può portare semplicemente in officina come se fosse un pezzo della macchina da far sostituire.
Bisogna allora cercare di superare questa visione restrittiva dell’individuo volta soltanto ad individuare ciò che non funziona e focalizzarsi, invece, su ciò che funziona, sulle risorse che ognuno di noi ha.
Uno dei compiti dello psicologo consiste, infatti, nel diffondere una sensibilità psicologica nei rapporti fra le persone per produrre un clima basato su un confronto positivo aperto e soprattutto non giudicante.
Lo psicologo, essendo laureato in psicologia, ha una formazione che lo rende diverso per esempio dallo psichiatra, che è laureato in medicina, e che gli consente di approcciarsi al cliente con un attenzione particolare alla relazione terapeutica.
Il medico possiede le conoscenze e gli strumenti che gli consentono di conoscere prevalentemente l’uomo-macchina, inteso come un oggetto fisico e di intervenire su di esso. Lo psicologo possiede, invece, le conoscenze e gli strumenti per analizzare l’uomo-persona.
Lo psicologo, e in particolare lo psicoterapeuta, dovrebbe possedere un sapere che è l’insieme delle conoscenze teoriche apprese durante il percorso di studi quinquennale (ma che per uno psicologo “curioso” non finiscono mai), un saper fare che gli deriva dalla frequenza del tirocinio post-lauream e dalla pratica professionale e infine da un saper essere che è il frutto sì dei precedenti aspetti ma che è soprattutto la presa di coscienza del proprio modo di essere, quale risorsa da investire nello svolgimento della propria attività attraverso il rispetto, l’ascolto, l’empatia, l’accettazione per chi si rivolge a lui.
19:06
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17/11/2008
Quando è l'uomo a soffrire per amore
Partendo dal film "L'uomo che ama" uscito nelle sale da qualche settimana vorrei parlare della sofferenza d'amore .
Nel film di Maria Sole Tognazzi a soffrire non è la donna, come spesso accade nella filmografia, ma è un uomo, un giovane uomo, interpretato da Pierfrancesco Favino, uno degli attori più rappresentativi degli ultimi anni del cinema d'autore. Un uomo con un lavoro sicuro, è un farmacista, una famiglia a cui è molto legato, soprattutto al fratello minore.
Il protagonista del film soffre per amore in situazioni della vita in cui ognuno di noi può trovarsi: lasciare una persona perchè non la si ama più o si pensa di non amarla più, come accade a Roberto quando lascia la bellissima Alba (interpretata da Monica Bellucci) , ed essere lasciati da una persona che si ama troppo e che non ci ama come la amiamo noi, come accade a Roberto quando scopre di essere stato tradito da Sara.
La sofferenza del protagonista quando decide di porre fine alla sua storia si manifesta attraverso sintomi fisici quali l'insonnia: Roberto non dorme più, ma non ne capisce il motivo, fa indagini cliniche da cui non emergono anomaile ma, continuando a stare male, fa luce dentro di sè e capisce di non amare più la donna con cui sta cercando casa.
Quando invece Roberto viene lasciato piange, è depresso, ha nausee che gli provocano il vomito, fa fatica ad alzarsi per recarsi al lavoro, rincorre l'amata , la cerca in modo quasi ossessivo, pur di vederla, a rischio anche di rendersi ridicolo perchè lei non lo vuole più.
L'esperienza dell'essere lasciato viene rappresentata nella prima parte del film e quella del lasciare ponendo fine ad un rapporto consolidato e stabile nella seconda attraverso un flashback. Solo nel secondo tempo, infatti, lo spettatore apprende che Roberto sei mesi prima viveva una storia con Alba che lo amava e con cui conviveva da tre anni.
Probabilmente Roberto soffre così tanto quando viene lasciato perchè rivive l'esperienza precedente, anche immedesimandosi nelle sofferenze della sua ex a cui sa di aver fatto del male. E' un dolore quindi anche retrospettivo.
Il film ha il pregio di farci vedere che a soffrrie per amore possono essere anche gli uomini, disperandosi piangendo e la scelta dell'attore che ha una fisicità così maschia rende il tutto ancora più forte perchè al cinema siamo abituati a vedere soprattutto donne depresse per amore, come per esempio nel film "I giorni dell'abbandono" in cui Margherita Buy viene lasciata dal marito per una donna più giovane. Oppure siamo abituati a vedere rappresentata la sofferenza maschile di uomini gay perche nella percezione comune un omosessuale che piange per amore è più accettato perchè ritenuto più sensibile, secondo un noto cliché.
La regista di L'uomo che ama, che evidentemente conosce molto bene l'animo maschile, essendo cresciuta in una famiglia di uomini, dimostra che per quanto riguarda la sofferenza per amore non c'è differenza di genere: gli uomini soffrono come le donne e che anche lasciare può essere un'esperienza molto dolorosa perchè causa enorme sofferenza alla persona a cui si è voluto bene e con cui si è condiviso un pezzo di vita, breve o lungo che sia.
11:31
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07/11/2008
Un gioco da ragazze
Vorrei parlare di un film che ho visto da poco. Si tratta di "Un gioco da ragazze" nelle sale in questi giorni ed opera prima del ventiseienne regista Matteo Rovere che descrive i lati oscuri dell'adolescenza. Presentato al festival di Roma ha suscitato non poche polemiche per la crudezza dei contenuti ma soprattutto perchè inizialmente era stato vietato ai minori di 18 anni. Divieto che in seguito è stato tolto ed ora la pellicola è vietata solo ai 14 anni.
E' la storia di tre compagne di scuola di un liceo privato che appartengono alla ricca borghesia di una città di provincia del nord . Annoiate dalla vita, maniacalmente attente alla dieta e al proprio aspetto fisico (i loro punti di riferimento sono Paris Hilton e Kate Moss) sono abituate ad ottenere tutto quello che vogliono, in primis dai genitori , per lo più assenti e troppo presi dal lavoro, e poi dalle istituzioni. A spezzare la noia delle loro vite è l'ingresso nella loro scuola del nuovo insegnante di italiano, giovane idealista che sembra avere come missione quella di risvegliare le sopite coscenze delle sue alunne e soprattutto di quella di Elena, la leader indiscussa delle tre e con un comportamento da "bulletta", come la definisce lo stesso professore prendendola in giro davanti ai compagni.
La pellicola sicuramente non lascia indifferenti e soprattutto nella prima parte è molto dura per le situazioni rappresentate. Colpisce in particolare la spregiudicatezza delle tre ragazze, in particolare di Elena, perchè le altre due ragazze più che altro si fanno trascinare dal suo fascino perverso che ammalia tutti, professore compreso, ma soprattutto colpisce per la superficialità e lo stile di vita delle ragazze che indossano abiti di lusso, frequentano centri di benessere e assomigliano più a delle donne che a delle adolescenti. Tutto ciò in un contesto dove le figure genitoriali sono pressochè assenti e gli altri adulti non ne escono sicuramente meglio. Le uniche frasi infatti con cui la madre di Elena si relaziona a lei sono: "hai mangiato solo un insalata, mangia qualcosa altro" o ancora "tutto bene?" pronunciate con assoluto distacco e poco interessamento.
Gli adulti in questo film sono presenti solo per non ostacolare le ragazze nei loro gesti trasgressivi e nei comportamenti aggressivi, per non punirle anche quando andrebbero punite, per scusarle, giustificarle sempre, non rendendosi conto che facendo così aumentano la loro impunità e il loro già smisurato senso di onnipotenza che fa vedere loro che gli altri sono solo degli strumenti per esercitare potere perchè probabilmente mai nessuno, fin da quando erano bambine, ha detto loro no, ha posto loro dei limiti che le avrebbe aiutate a crescere.
Non vi racconto il finale ma vi dico solo che il film non concede sconti , non dà scampo : nessuno si salva , non c'è catarsi , come nella maggior parte dei thriller per esempio, nulla cambia neanche dopo un evento tragico. Emblematica in questo senso la scena finale in piscina.
18:13
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06/11/2008
Psicologo e Counselor
Si sente sempre più parlare di counseling, life coaching, programmazione neurolinguistica, consulenze filosofiche e quant'altro.
Si fa riferimento a queste nuove figure professionali come "alternative" a quelle più tradizionali psicologiche. Ma per esercitare la professione di psicologi è obbligatorio aver conseguito l'abilitazione in psicologia mediante esame di stato ed essere iscritti nell'apposito Albo degli Psicologi.
Invece i vari counselor, o coloro che praticano la PNL, che va così di moda ultimamente, non sono iscritti ad alcun albo e a volte non sono neppure laureati. Nell'ipotesi migliore hanno frequentano infatti una scuola per lo più triennale e nella peggiore un corso di qualche settimana per accedere al quale la laurea non è obbligatoria. Il punto di vista dei counselor, per esempio, è che, non essendo psicologi non "curano" ma offrono solo un orientamento e che il loro intervento si attua nelle situazioni di crisi passeggere ma queste sono competenze e specificità prettamente dello psicologo prima che dello psicoterapeuta.
Eppure sempre più persone si rivolgono a queste figure professionali “preferendole” talvolta agli psicologi , nonostante non abbiano una preparazione psicologica e un iter formativo così lungo . Sembra quasi che il dire: “noi non siamo psicologi”possa essere un punto di forza mentre dovrebbe essere visto come un punto di debolezza perché essi non possiedono le competenze e la preparazione che gli derivano da un percorso di studi quinquennale prima e in seguito da una formazione post-lauream . Per non parlare poi degli psicoterapueti che per definirsi tali devono aver frequentato una scuola di specializzazione almeno quadriennale.
Inoltre l'obbligatorietà per gli psicologi di iscriversi all'Albo professionale è stata introdotta per tutelare gli utenti/ clienti da eventuali casi di abuso della professione, dovrebbe quindi rappresentare una garanzia in più per essi. L'Ordine, infatti, a maggior tutela degli interessi delle persone che si rivolgono agli psicologi, ha elaborato da più di dieci anni il Codice deontologico degli psicologi italiani a cui tutti gli psicologi si devono attenere e che rappresenta le regole per una buona prassi psicologica. Anche l’istituzione del Codice deontologico rappresenta pertanto un ulteriore tutela per l’utenza perché in esso sono indicate le norme a cui ci si deve attenere nell’esercizio della professione nei rapporti con l’utenza e nei vari ambiti in cui opera lo psicologo.
In ogni caso ognuno è liberissimo di andare da chi crede ma forse sarebbe opportuno documentarsi prima per cercare di capire quali sono le peculiarità di ogni figura professionale e soprattutto se quella che poi scegliamo per una consulenza potrebbe essere effettivamente la figura più adatta per noi e per il motivo per cui richiediamo un consulto.
18:59
Scritto da : psichebo
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01/11/2008
Chi è lo psicologo e chi è lo psicoterapeuta
Spesso si tende a confondere termini come psicologo, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista ma sono figure professionali ben distinte. Innanzitutto chi è e cosa bisogna fare per diventare psicologi.
Lo psicologo, per definirsi tale, deve aver conseguito la laurea in psicologia e, dopo il corso quinquennale di studi, svolgere un anno di tirocinio pratico per poter sostenere l’esame di stato che gli permetterà di esercitare la professione. Ogni psicologo, infatti, per poter esercitare la professione deve essere iscritto all’albo. Ma lo psicologo, in pratica, cosa può fare? E’ un professionista che può fare interventi di prevenzione, diagnosi, riabilitazione e sostegno rivolte all’individuo, al gruppo, alla comunità. Lo psicologo ha una formazione prettamente psicologica (come pure una conoscenza dei meccanismi anatomo-fisiologici del cervello) che gli consente di approcciarsi al cliente con un attenzione particolare alla relazione terapeutica, attraverso l’ascolto, l’empatia, l’accettazione e il rispetto per chi si rivolge a lui. Uno dei compiti dello psicologo consiste, pertanto, nel diffondere una sensibilità psicologica nei rapporti fra le persone per produrre un clima basato su un confronto positivo aperto e soprattutto non giudicante.
Lo psichiatra, invece, è laureato in medicina e ha ottenuto la specializzazione in psichiatria. Ha competenze diverse dallo psicologo, in quanto essendo un medico può, per esempio, prescrivere farmaci.
Lo psicoanalista è un professionista che utilizza come teoria di riferimento la psicoanalisi, disciplina teorizzata da Sigmund Freud alla fine dell’Ottocento.
Lo psicoterapeuta, infine, può essere laureato o in psicologia o in medicina e deve aver frequentato una scuola di specializzazione, almeno quadriennale, che preveda una specifica formazione professionale in psicoterapia.
La psicoterapia è quel processo interpersonale volto ad influenzare disturbi del comportamento e situazioni di disagio attraverso strumenti psicologici, quali la parola, l'ascolto, la relazione, per mezzo di tecniche che differiscono l’una dall’altra per il diverso orientamento teorico cui fanno riferimento. Esistono, infatti, molti tipi di psicoterapie che utilizzano strumenti e tecniche molto diverse fra loro perchè fanno riferimento a orientamenti teorici differenti.
Fra le più diffuse citiamo la terapia psicoanalitica, la terapia relazionale-sistemica, la terapia comportamentale e quella cognitiva, le terapie di rilassamento, l’ipnosi, le terapie sessuologiche.
18:11
Scritto da : psichebo
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31/10/2008
Non vergognamoci di chiedere aiuto

Sono in molti ancora a considerare lo psicologo come colui che cura persone mentalmente insane. Forse nel 2000 è ora di abbandonare tali pregiudizi e soprattutto cercare di superare l'imbarazzo e la vergogna nel chiedere aiuto quando si ha bisogno.
A tutti può capitare, infatti, in un periodo della propria vita, magari di crisi, di stress o comunque di difficoltà, di avere bisogno dell’aiuto di un professionista che sia in grado di offrire un supporto psicologico adeguato e un ascolto attento ma non giudicante. Ma non per questo è il caso di vergognarsene.
In fondo se abbiamo un disturbo di ordine fisico di solito ci rivolgiamo al nostro medico curante.
Ecco allora perchè quando abbiamo un problema, viviamo un disagio psicologico non dovremmo rivolgerci ad uno psicoterapeuta che ci potrebbe aiutare a stare meglio?
In realtà possono essere diversi i motivi per cui si può richiedere una consulenza ad uno psicologo.
Per una situazione di lutto, per un periodo di transizione, quale il sopraggiungere della menopausa, o della fase adolescenziale, e in qualità di genitore/i si può chiedere l’aiuto dell’esperto come guida nell’educazione o nei momenti di crescita di un bambino o di un adolescente, ma anche per situazioni di stress più o meno acuto, situazioni, quindi, che rientrano nella normalità di ognuno di noi.
Lo psicologo clinico interviene in tutte le situazioni in cui le condizioni personali e la relazione con l’altro possono costituire fonte di disagio e di difficoltà pratiche ed esistenziali nei diversi ambienti sociali: famiglia, coppia, scuola.
In altre parole, attraverso il dialogo, l'ascolto delle emozioni, la conoscenza dei pensieri, l'espressione dei desideri e delle fantasie, l'analisi dei conflitti, partecipando alla ricerca delle parole per esprimere il disagio personale, il terapeuta punta insieme alle persone allo sblocco di situazioni di impasse e al raggiungimento di uno star bene, per una migliore qualità della vita.
15:47
Scritto da : psichebo
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27/10/2008
Perchè spaventa ancora andare dallo psicologo?
Salve a tutti !
Sono una psicologa e psicoterapeuta che vive ed opera a Bologna.
Perché questo blog? Perché vorrei riuscire a sfatare qualche pregiudizio,qualche falsa credenza che purtroppo ancora esiste nei confronti della nostra categoria.
In particolare mi/vi chiedo come mai, nonostante in tv sia pieno di psicologi opinionisti che sembra riscuotano un certo successo , ci sia un gran interesse nei confronti della psicologia da parte della gente che si manifesta attraverso il massiccio acquisto di riviste che trattano la materia , nonostante il grande afflusso a iniziative in cui si parla/si discute di psicologia, allora perchè quando si ha un problema, si vive un disagio, si attraversa un periodo difficile c’è ancora una certa ritrosia a rivolgersi allo psicologo?E si preferisce magari ricorrere alla pillolina risolvi- problema invece di cercare di risolvere il problema, invece di prestare ascolto ai segnali che il nostro corpo ci lancia?
Nonostante ricorrere ai farmaci non sia esente da rischi per la salute.
Lancio questa riflessione/provocazione e vorrei sapere cosa ne pensate.
Spero di leggervi numerosi e mi auguro soprattutto che troviate interessante o comunque stimolante questo blog.
15:22
Scritto da : psichebo
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