03/12/2011
Il "mistero" dell'amore
Amare è sicuramente l’esperienza più significativa della nostra esistenza. L'esperienza amorosa è infatti universale, perché ci riguarda tutti, a qualsiasi età.
La passione amorosa ha sempre attirato l’attenzione di psicologi, sociologi e psichiatri. L’amore può sconfinare, infatti, in condizioni estreme, nella follia e portare anche ad uno squilibrio psichico.
L’amore nella fase iniziale dell’innamoramento è un momento di "pazzia fisiologica" comunque transitoria (si dice infatti: “sono pazzo d’amore”).
La dimensione amorosa, con la sua forza dirompente, consente di abbasssare i livelli di guardia della nostra coscienza: -in fondo con chi possiamo lasciarci andare se non con l’essere amato?
Si crea così uno spazio - lo spazio psicologico della coppia - dove tutto (o quasi) è lecito.
L’amore rende liberi, liberi di manifestare, senza sentirci inibiti, non soltanto il proprio lato emozionale, ma anche la propria inclinazione al negativo. Don Giovanni è proprio il paradigma del negativo che può emergere nella condizione amorosa. Egli mente spudoratamente, tradisce, usa violenza, arriva addirittura ad uccidere.
Si attivano, dunque, nella relazione amorosa elementi nascosti, o addirittura sconosciuti, che vengono portati alla luce dalla travolgente forza dell’emozione.
Ma, per fortuna, certe condizioni eccezionali non si verificano in ogni esistenza, mentre l’amore è un’esperienza che ogni essere umano ha provato almeno una volta nella sua vita.
L’amore facendoci conoscere anche le nostre zone d’ombra, rivela l’uomo a se stesso.
Si può dire, infatti, che l’uomo conosce la sua vera natura solo nel momento in cui si innamora.
L’amore appartiene alla sfera dell’indicibille, perché è difficile esprimerlo e, avendo a che fare con l’anima, è vicino al mistero. Il mistero appunto dell’amore.
In questo viaggio misterico, attraverso l’amore, ciascuno incontra l’altro e dietro l’altro anche se stesso.
Uno dei fenomeni caratteristici dell’esperienza amorosa è la presenza e la vicinanza dell’altro che ci cattura con un’intensità ed un’immediatezza che non è possibile riscontrare in nessuna modalità dell’esistere.
Di fronte all’amato, l’amante prova un senso di incredibile pienezza e contemporaneamente ha la sensazione di aver vissuto fino a quel momento in uno stato di deprivazione.
E’ la vicinanza che provoca il turbamento, ma in realtà l’amore vive e si alimenta di ciò che accade dentro di noi: l’essere di cui siamo innamorati è unico e insostituibile, perché soltanto lui/lei può evocare in noi delle dimensioni così profonde e così personali.
Lo stato di innamoramento, infatti, ci pone di fronte a qualcosa di incomprensibile per noi (il mistero appunto). Per tutta la fase di innamoramento tentiamo di tradurre quel mistero e quell’attrazione sovvertitrice in un’esperienza nota e a noi comprensibile.
Ma allo stesso tempo, anche se cerchiamo di fare luce in questo mistero, non vorremmo mai abbandonare del tutto quell’illusione che, abbagliandoci, permette il nostro stato di innamoramento.
L’intensità e l’esclusività del rapporto d’amore trasformano anche il nostro modo di rappresentarci la realtà sia esterna sia interna.
Da un certo punto di vista, amare diventa una sorta di lavoro psicologico, piuttosto impegnativo anche, perché attiva in noi una nuova possibilità di conoscenza del mondo.
Ma la diversità dell’altro ci rende diversi anche nel nostro approccio col mondo che ci circonda. Infatti, amando, il nostro rapporto con la realtà viene proprio alterato.
Noi subiamo un cambiamento amando, volenti o nolenti. Ma questo stravolgimento è caratteristico dell’esperienza amorosa (ed è anche necessario perché certi atteggiamenti rigidi possano sciogliersi).
Soprattutto nella fase iniziale e più intensa dell’innamoramento, viviamo una sorta di solitudine a due: tutti gli altri scompaiono e la persona amata diventa l’unico di cui ci importa. C’è proprio un’estraniarsi dal mondo.
Nella dimensione amorosa siamo sedotti da un modo di essere dell’altro, un gesto, uno sguardo, una parte del corpo che colpiscono il nostro immaginario, ma siamo anche rapiti dall’idea che ha saputo suscitare in noi nell’incontro, un’idea che solo quella persona, e non un’altra, è riuscita ad evocare.
L’amore eccita anche la paura perché amare, affidarci a quella paura, ci può spaventare molto. Perché, per quanto io possa amare un altro e per quanto questa persona possa ricambiare i miei sentimenti, in ogni rapporto c’è la possibilità di perdere l’oggetto amato.
Poiché con l’innamoramento siamo riusciti a trasferire sull’altro le nostre esigenze di completamento, che altrimenti non avremmo potuto soddisfare da soli, l’assenza dell’altro ci fa subito sentire la mancanza di qualcosa di estremamente vitale.
Prima quel senso di vuoto era già presente in noi, ma riuscivamo a far finta di niente ora no, desiderando l’innamorato sentiamo la sua assenza. Ma la sofferenza causata dalla mancanza di chi amiamo può farci anche ammalare.
Tutti soffriamo, infatti, quando amiamo veramente: le donne come gli uomini, i giovani come i meno giovani. Sembra proprio che nessuno ne possa essere immune.
Il dolore più intenso che un individuo patisce e il più delle volte è disposto ad accettare, è proprio quando ama.
Le pene d’amore coinvolgono molto profondamente la persona in tutta la sua interezza, come una ferita aperta nella propria carne.
Perfino la persona con cui viviamo tutta una vita c’è e non c’è, perché il legame amoroso è per definizione ambivalente e fluttuante.
E questo ci provoca inevitabilmente dolore.
16:48
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: amare, mistero, sofferenza, innamoramento, passione amorosa, autoconoscenza | OKNOtizie |
Facebook
27/10/2011
Viaggio verso la conoscenza di se stessi
Ritorno a parlare di cinema, in particolare di un film nelle sale in questi giorni: "This must be the place" di Paolo Sorrentino, con Sean Penn.
Il film, oltre ad essere molto ben realizzato, sia per la regia (Sorrentino ormai è una sicurezza), sia per la magnifica intrpretazione di Sean Penn, che supera se stesso, sia per il soggetto, sia per i dialoghi, a volte davvero esilaranti, offre parecchi spunti di riflessione e di approfondimento psicologico.
E' la storia di una ex rock star, Cheyenne, ultra cinquantenne, che continua a vestirsi e truccarsi come quando aveva vent'anni, in forte crisi esistenziale e che riscopre se stesso attraverso un viaggio per cercare l'aguzzino nazista di suo padre, con cui non parla da trent'anni.
Cheyenne quando compare per la prima volta sullo schermo ci appare come una maschera di se stesso: ricorda un po' il cantante dei Cure, con quel cerone, il rossetto e i capelli cotonati, molto anni '80. Non suona più da diversi anni, vive in una casa/castello con una moglie affettuosa e premurosa che fa un lavoro normalissimo (pompiere), un cane, di cui non si occupa e passa le sue giornate al centro commerciale con una ragazza dark sua fan, depressa come lui, a cui vuole bene come ad una figlia. Quando scopre che suo padre sta morendo, decide di partire per gli Stati Uniti per raggiungerlo ma, a causa della sua paura dell'aereo, è costretto a viaggiare in nave e arriva quando il padre è già morto.
Da qui inizia il suo "viaggio" lungo gli States, alla ricerca del criminale nazista, sulle cui tracce era da tanti anni il padre e che aveva quasi trovato. Conosce così molte persone: giovani donne, anziani pittoreschi, uomini comuni, tutti drammaticamente soli. Conoscenze che lo cambiano e che lo aiutano a ritrovarsi.
Il protagonista, infatti, nascondendosi dietro a quel trucco pesante, è rimasto ancora un bambino: beve sempre aranciata (anche perchè è un ex alcolista e tossicomane, come una "vera" rock star) ed ha soprattutto uno stupore reale verso le cose e il mondo assolutamente infantile, da fanciullo appunto.
Il film tratta dei temi prettamente "psicologici" e lo fa con uno sguardo, allo stesso tempo profondo ma "leggero" (cosa che traspare dai dialoghi surreali): la solitudine del protagonista, ma anche della maggior parte degli interpreti, giovani e meno; la depressione da cui è afflitto Cheyenne e che ha portato due suoi fan a suicidarsi; il senso di colpa che ne deriva; il senso di fallimento da cui è pervaso il protagonista, che è rimasto "intrappolato" in quel suo look eccentrico, ma anche ridicolo e nel suo ruolo di ex rock star; la ricerca della verità fino all'ossessione, da parte del padre che spende tutta la sua esistenza a cercare chi lo aveva umiliato e infine, appunto, la ricerca di se stessi, attraverso un viaggio interiore, che porterà verso l'autonomia e il superamento delle proprie paure e ad una maggiore conoscenza degli altri e quindi di sè.
Alla fine "il posto" del titolo (che riprende una canzone dei Talking Heads) Cheyenne riesce a trovarlo e così può ritornare a casa, cambiato e finalmente se stesso.
16:10
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: conoscenza interiore, fallimento, depressione, "this must be the place", sean penn, paolo sorrentino | OKNOtizie |
Facebook
16/06/2011
La psicologia dello spettatore
Le prime proiezioni pubbliche a Parigi (l’arrivo del treno alla stazione e l’uscita degli operai dalla fabbrica) danno inizio così alla grande avventura del Cinema.
Ma il cinema, nato come riproduzione della realtà, diventa ben presto altro. Diventa appunto spettacolo, forma di intrattenimento, illusione.
Ma perché il cinema che è nato povero, con pochi mezzi tecnici è diventato presto un vero e proprio fenomeno di massa? Perché ci continua ad ammaliare in un’era così ipertecnologica come quella che stiamo vivendo?
Fondamentalmente perché, andando al cinema, riusciamo a rompere la monotonia della nostra vita quotidiana.
Sogniamo dei sogni di altri.
Vedendo un film sperimentiamo una realtà diversa dalla nostra. Una realtà magari spesso meno complicata.
Il potere ammaliante che esercita tuttora il cinema su di noi, anche se a volte come spettatori ci strapazza, è dato dal fatto che quando assistiamo ad un film entriamo in un lieve stato alterato di coscienza, se pur temporaneo, che ha delle analogie con la fase del sonno Rem (del sonno in cui sogniamo).
E’ in pratica una sorta di veglia sognante.
Questo accade perché la nostra attenzione è polarizzata sulla storia del film: c’è magari una forte identificazione col personaggio e una certa nostra passività che favoriscono questa condizione.
Il film poi ci dà sicuramente delle emozioni forti a livello fisiologico: aumenta il battito cardiaco, la pressione sanguigna, c’è una variazione della temperatura corporea (specialmente vedendo dei thriller).
Questo accade specialmente se siamo molto coinvolti dalla storia, dall’intreccio del film.
Il buio, una ridotta sensibilità per ogni stimolo esterno, la concentrazione sulla trama, una certa nostra passività sono tutte condizioni che permettono questo allentamento dell’attenzione vigile.
Il cinema parla al nostro immaginario, ci risuona emotivamente, ci tocca delle corde emotive, anche a livello profondo che ad altri può non toccare, come invece è successo a noi.
Non tutti, infatti, hanno le stesse reazioni fisiologiche ed emotive durante la proiezione. Ci sono delle significative differenze individuali.
Questo accade appunto perché il cinema parla direttamente all’inconscio dello spettatore.
L’onda emozionale che ci investe deriva sostanzialmente da due principali meccanismi psicologici tramite cui lo spettatore partecipa alla visione.
Questi meccanismi sono l’identificazione e la proiezione.
Attraverso l’identificazione lo spettatore assimila un aspetto, un tratto del personaggio, vive in prima persona la vicenda che guarda. Le identificazioni maggiori avvengono col personaggio principale che solitamente agisce e pensa come lo spettatore.
I fenomeni dell’identificazione possono essere molto intensi, ciò è dovuto alle caratteristiche oniroidi della visione e alla consapevolezza dei limiti di tempo della visione, che consente di rassicurare lo spettatore e che si possa abbandonare maggiormente. Sappiamo, infatti, che l’effetto dura solo il tempo della proiezione.
Ci possono poi essere delle identificazioni laterali con personaggi secondari, che nella vita reale non ci potremmo concedere (ad esempio identificarci con un serial killer).
Il cinema, infatti, consente la soddisfazione di impulsi che la realtà normale non permetterebbe di soddisfare.
Tali identificazioni agiscono a livello più o meno conscio.
L’altro meccanismo psicologico è la proiezione.
Attraverso la proiezione lo spettatore arricchisce i personaggi del film delle proprie dinamiche interne. Questo accade, per esempio, quando lo spettatore attribuisce ai personaggi sentimenti che sono suoi, in modo anche qui, più o meno consapevole.
E' grazie anche a questo meccanismo che si può spiegare il fatto che ad alcuni uno stesso film può piacere ed ad altri no: perché ogni spettatore mette nel film emozioni, vissuti, esperienze assolutamente proprii.
Quindi in qualche modo ogni film è una sorta di test proiettivo, indipendentemente dalle intenzioni del regista, perché lo spettatore attua inevitabilmente dei processi proiettivi, ci mette cioè molto del suo.
Questi due meccanismi agiscono contemporaneamente ed interferiscono fra di loro.
Si potrebbe dire che, per effetto dell’identificazione, lo spettatore è di volta in volta tutti i singoli personaggi e, per effetto della proiezione, invece, i singoli personaggi sono sempre lo stesso spettatore.
Un discorso importante è rappresentato poi dalle aspettative dello spettatore.
Un film, infatti, ci può deludere ma spesso non ne capiamo bene il motivo.
Il fatto è che un film piace solo se alletta a sufficienza i fantasmi di chi lo guarda.
Se lo fa poco, o troppo poco, non piace più. Da qui nascerebbe il successo di un film.
La maggior parte dei notri fantasmi è, infatti, di tipo aggressivo ed erotico e questo spiega sicuramente il successo di film con queste tematiche.
Un film, però, può allettare, quanto contrariare i fantasmi dello spettatore. Capita, per esempio, quando andiamo a vedere un film tratto da un libro che abbiamo letto e che ci è piaciuto molto, perché abbiamo tutta una serie di aspettative e operiamo un confronto continuo fra le due opere.
Oppure quando abbiamo letto critiche entusiastiche di film in uscita ed entriamo in sala carichi di aspettative ma poi, non capendo bene perché, ne rimaniamo delusi.
18:05
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: cinema, film, sogno, spettatore, psicologia, identificazione | OKNOtizie |
Facebook
11/04/2011
Maggio Informazione Psicologica 2011
Parte a Maggio il MIP (Maggio di Informazione Psicologica), alla sua quarta edizione.
Un'iniziativa di Psycommunity, la comunità virtuale degli psicologi italiani che, a titolo volontario, organizzano e promuovono eventi inerenti la Psicologia.
Quest'anno ben 900 psicologi in tutta Italia hanno aderito per offrire un colloquio psicologico gratuito e per organizzare incontri, serate a tema, seminari su tematiche psicologiche in varie città.
Tutte le iniziative saranno gratuite.
Per tutto il mese di Maggio collegandoti al sito www.psicologimip.it potrai prenotare un colloquio psicologico gratuito con lo psicologo a te più vicino.
Potrà essere l’occasione giusta per stabilire un primo contatto in caso di bisogno, per saperne di più sulla Psicologia e sull’importanza di una corretta informazione sulla salute mentale e sul benessere psicologico.
Ci aiuterai a promuovere la cultura della prevenzione e potrai trovare professionisti competenti, capaci di fornirti un ascolto attento e non giudicante.
A BOLOGNA aprirà il Mip la serata inaugurale che si terrà il 2 Maggio alle ore 20 presso la Sala del Baraccano, (Via Santo Stefano 119) in cui verranno illustrati gli scopi e le finalità del mip e verranno presentate le iniziative che avranno luogo in città e in provincia. Al termine della serata verrà offerto ai partecipanti un rinfresco.
Oltre alla serata del 2/5 io, che sono il referente generale del MIP Bologna, organizzo altri 2 eventi su tematiche differenti.
Il primo evento avrà luogo il 12/5 alle ore 20.45 dal titolo: "La vita di coppia: perchè è così difficile restare insieme?" presso la Biblioteca Corticella (Via Gorki 14) in cui si farà luce sui vari momenti del ciclo di vita della coppia: la scelta del partner, il passaggio dall'innamoramento all’amore, la genitorialità, la difficoltà di comunicare e la fase della crisi all'interno di una coppia.
Il secondo incontro, sempre alla Biblioteca Corticella, avrà luogo il 26/5 alle ore 20.45 dal titolo: "I Sogni son Desideri...anche al cinema?" in cui si parlerà del fenomeno del sogno nel grande schermo, partendo dalle numerose analogie esistenti fra cinema e sogno.
Vi aspetto allora e buon MIP a tutti!
07:29
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: informazione, psicologia, mip, colloquio gratuito | OKNOtizie |
Facebook
25/02/2011
I sogni ci aiutano a capire meglio noi stessi
Dopo l'ultimo post sull'evento "onirico" milanese, voglio parlare ancora di Sogni.
Il fenomeno dei sogni, infatti, sembra riscuotere un certo interesse, anche da parte di chi magari non si interessa molto di psicologia. Però i sogni incuriosiscono quasi tutti, vuoi per il loro carattere fantastico e a volte paradossale, vuoi perchè non è ancora chiaro quale sia in realtà la loro funzione. Perchè, infatti, sogniamo?
Tutti, chi più chi meno, sogniamo. Molti, però, non si ricordano cosa sognano. Ma ciò non significa che non sognino. Ogni uomo, infatti, mediamente sogna da una a due ore.
Il sogno, esperienza per definizione soggettiva, individuale, in quanto appartiene solo al sognatore, può essere investito di significati più o meno arcani rispetto ad istanze religiose, filosofiche, morali e fisiologiche.
Fin dall'antichità ci si è chiesti che significato potessero avere i sogni. Artemidoro di Daldi scrisse nel II sec. D.C. un libro sui sogni che ancora oggi è un testo di riferimento per lo studio dei fenomeni onirici. Elaborò una trattazione scientifica raccogliendo 3000 sogni fra sogni legati al passato, al presente e al futuro. E questo avveniva, addirittura, 1700 anni prima di Freud.
Anche nell’Iliade e nell’Odissea sono presenti molti sogni e vengono descritti come una realtà oggettiva: di solito il sogno assume la forma di una visita ad un dormiente da parte di un dio, uno spettro che comunica il suo messaggio. Il sognatore, in questo caso, è assolutamente passivo. I Greci antichi, infatti, descrivevano il sognatore come chi riceveva passivamente una "visione oggettiva". Non parlavano di fare un sogno ma di "vedere" un sogno. Si diceva che il sogno, che si concretizzava in un oggetto o in una visione, "visitasse" il sognatore.
I Greci, come altri popoli antichi, sostanzialmente distinguevano fra sogni significativi e sogni non significativi. All'interno della prima categoria troviamo i sogni simbolici che, come una specie di indovinello, risultano incomprensibili senza una spiegazione. Sono quelli che, soprattutto da un punto di vista psicologico, ci interessano di più. Ma c'erano anche i sogni divini, "oracolari" che erano conformi allo schema della civiltà greca. Il sogno, quindi, nella cultura greca rivestiva un'enorme importanza.
Risulta difficile, tuttavia, classificare i sogni, poichè la storia ci ha tramandato molteplici criteri di classificazione ma da ciascuna emerge un diverso modo di concepire il mondo.
Il sogno, infatti, ha innanzitutto una natura culturale, in quanto molti tipi di struttura onirica dipendono dagli schemi di credenze trasmessi dalla società. Jung, il celebre psicoanalista che fu allievo di Freud, sosteneva che i sogni sono strettamente connessi al mito e che sono basati su immagini archetipiche, immagini cioè universali presenti fin dai tempi remoti.
Freud, occupandosi del fenomeno-sogno, partì dalla domanda fondamentale se esso sia memoria o se non sia piuttosto una riproduzione fine a se stessa, condizionata da stimoli psico-fisici. Distinse, infatti, le varie fonti del sogno in stimoli sensoriali (interni od esterni), stimoli organici e stimoli psichici. Il suo famoso saggio "L'Interpretazione dei sogni" si pone in una prospettiva di recupero del valore significativo dei sogni. Secondo Freud interpretare un sogno significa allora riconoscergli un senso.
Sappiamo, infatti, quanto i sogni possano essere ricchi di significato. Un sogno può rivelarci molto della nostra vita, dei rapporti con le persone per noi significative, degli avvenimenti che ci accadono, dei problemi cui cerchiamo di dare una soluzione.
Capire i nostri sogni è, quindi, come comprendere il lato nascosto della nostra vita. Ma spesso i nostri sogni ci appaiono intricati come dei libri gialli. Ed è anche per questo motivo che ne siamo così affascinati. Tutte le notti noi diventiamo, a nostra volta, autori di libri gialli ben congegnati: creiamo le nostre storie, ci mettiamo dentro la passione, l’avventura, personaggi improbabili, situazioni incredibili.
Ma anche se ognuno di noi può essere un buon scrittore e regista di gialli, pochi riescono ad essere dei bravi solutori degli enigmi che noi stessi abbiamo ideato. Come mai? Innanzitutto per la natura stessa dei sogni.
I sogni sono spesso incomprensibili perché parlano una lingua che a noi non è assolutamente familiare. Il linguaggio dell’inconscio. I sogni poi spesso ci mettono sulla falsa strada, come tutti i buoni gialli, ci danno degli indizi ma anche delle false piste che a volte noi seguiamo, allontanandoci dalla soluzione.
16:07
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: sogno, psicologia, freud, sognatore | OKNOtizie |
Facebook
02/02/2011
Cronaca di un evento "onirico" a Milano
In occasione dell'uscita in DVD e in Blue-Ray del film Inception venerdì 27 gennaio la Warner, la casa di produzione del film, ha organizzato una serata-evento in cima al grattacielo Pirelli di Milano.
Il film, uscito nelle sale italiane lo scorso autunno e interpretato da Leonardo DiCaprio, racconta la storia di un ladro che, su commissione, carpisce i segreti della mente delle persone mentre queste sognano. Tutto si complica quando gli viene chiesto, per la prima volta, di innestare un'idea nella mente dell’erede di un colosso internazionale. Messa su una squadra, fra cui una promettente studentessa di architettura, che ha il compito di "disegnare" il sogno collettivo, tutti quanti, sognando, affrontano un'avventura onirica a più livelli di coscienza, fra numerose scene d'azione, talvolta forse poco credibili.
Il film, soprattutto da un punto di vista psicologico, è interessante e sicuramente da vedere per le diverse letture che offre e perchè non è nè superficiale nè banale, come, del resto, gli altri film di Christopher Nolan.
La cornice dell'evento era molto suggestiva: dal 31° piano si poteva ammirare Milano by night da 131 metri d'altezza. La sala era stata allestita ricreando l'atmosfera onirica del film, a partire dall'entrata attraverso un labirinto quasi al buio e la disposizione dei divani-letti in cui si sono accomodati gli invitati e i numerosi giornalisti.
A questo importante evento io ho partecipato come relatrice (nella foto sono quella in mezzo ) in qualità di psicologa e autrice del libro "Il Sogno nel Grande Schermo" (distribuito dalla Feltrinelli). Con me erano presenti anche il critico cinematografico Pino Farinotti e il deejay di RadioDJ Linus. La serata è stata presentata da Marco Giannatiempo, capo ufficio stampa della casa di distribuzione.
E' stato molto piacevole partecipare a questa serata. Mi sono, infatti, divertita a rispondere alle varie domande postemi dal conduttore, dal pubblico e dal critico Farinotti. Fra le domande che mi hanno fatto mi è stato chiesto se, come psicologa, era possibile ricreare, in qualche modo, quello che succede nel film. Io ho risposto che la mente umana è un materiale da maneggiare con molta, molta cautela e perizia, essendo comunque influenzabile ed estremamente vulnerabile, soprattutto quando si dorme, in cui c'è, per forza di cose , un minore controllo sulla realtà. Ho fatto anche un riferimento al film, in cui il protagonista, forzando la realtà e vivendo per anni con la moglie in una dimensione puramente fittizia perchè creata su misura, avesse perso la moglie che si era suicidata ed era stato diffidato dal tornare negli Stati Uniti dai suoi figli.
Da questo punto di vista il film può essere visto anche come un monito: attenzione, se si va in un territorio sconosciuto e anche molto profondo, come quello del sogno e dell'inconscio, senza sapere bene dove stiamo andando e senza la giusta cautela, ci si può bruciare...
15:00
Scritto da: psichebo
in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: inception, sogni, warner, farinotti, linus, pirelli | OKNOtizie |
Facebook
18/10/2010
La Solitudine dei Numeri Primi: meglio il libro o il film?
E' sempre arduo per un regista cimentarsi in un film tratto da un best seller, quindi da un romanzo molto amato e che in questo caso è diventato, negli ultimi anni, un vero e proprio caso letterario.
Anch'io ho letto il libro che ho avuto modo di apprezzare, anche se non mi ha del tutto conquistata. Una storia appunto di grandissime solitudini, di disperazioni e sicuramente molto attuale.
Ci sono, infatti, proprio come l'Alice del libro, ragazze che diventano anoressiche, smettendo di mangiare e ragazzi, come Mattia, che martoriano il proprio corpo procurandosi bruciature e/o tagli. Sono entrambe delle modalità per procurarsi e infliggersi sofferenze, per cercare di riempire vuoti, voragini che si sono create dentro di loro, a partire spesso proprio dall'infanzia.
Un passato drammatico, traumatico che ha segnato i due protagonisti, li accomuna. Si conoscono nel periodo dell'adolescenza, in cui la sfida principale è cercare di trovarsi, cercare di capire chi si è, ma non riescono a vedersi. Ognuno non vede l'altro come diverso da sè, perchè appunto troppo chiuso nel proprio mondo. Si studiano, si osservano ma rimangono a distanza, anche in una fase più adulta della loro vita. Non si concederanno mai di amarsi.
Come i numeri primi del titolo divisibili solo per se stessi (e per 1), e quindi solitari, così Alice e Mattia saranno destinati a rimanere isolati, soli e persi. Questo triste e tragico destino li accomunerà, anche da adulti, esattamente come era avvenuto nel loro passato. Il libro è sicuramente molto drammatico, non offrendo margini e spiragli ai due protagonisti, non concedendo loro alcuno sconto.
E veniamo al film che ho visto dopo aver letto il romanzo. Molto fedele al libro (non a caso l'autore Paolo Giordano ha collaborato alla sua sceneggiatura), il film di Saverio Costanzo è a tratti spettrale, fosco, quasi funereo, ma molto suggestivo. E'stato definito, infatti, da alcuni critici un film con una chiave horror. Effettivamente è un film sull'orrore del passato che incombe sul presente e sul futuro, su una immane sofferenza, che non elaborata, porta a dei vuoti incolmabili, ad un senso di solitudine estrema.
Il regista decide di non seguire la storia dei due protagonisti in modo lineare, come accadeva nel libro, ma, fra frequenti flashback e flashforward, salta fra i vari periodi della loro vita: dall'infanzia all'età adulta all'adolescenza, rendendo forse un po' difficoltosa la visione ad un pubblico che non abbia già letto il libro. Cosa che può confondere, spiazzare lo spettatore che sicuramente, alla tarantino, viene un po' strapazzato.
Ma certe immagini sono così forti, così espressive, alcune così belle visivamente, che ci si lascia andare al loro potere così fortemente suggestivo. Pensiamo, per esempio, a quando vediamo Alice che ormai molto magra, dopo anni e anni di anoressia, passa le sue giornate a letto, disperatamente sola nel suo appartamento e che, vagando per le stanze, ad un certo punto arriva ad un corridoio, costituito da frasche molto fitte, attraverso il quale arriva in un altro appartamento, quello di Mattia. Questa scena si presta a varie letture psicoanalitiche, ma rappresenta sicuramente un viaggio di Alice attraverso e verso l'inconscio, l'ignoto.
Il film, però, non dà letture, interpretazioni, non fornisce spiegazioni sulle posssibili motivazioni del disagio dei due protagonisti e questo, secondo me, è sicuramente un pregio del film. Il regista ci mostra Alice e Mattia senza veli, attraverso dettagli dei loro corpi, attraverso primissimi piani che scavano nell'anima. Ci viene mostrata, infatti, molto bene la sofferenza del corpo, attraverso la violenza che si può fare su di esso.
Sul finale la macchina da presa indugia sulle ossa della schiena nuda di Alice, che vediamo qualche anno dopo molto più magra di come l'avevamo lasciata. Cosa le sia successo nel frattempo non ci viene detto. Chi non ha letto il libro lo può soltanto intuire. Ma questo è anche il fascino del film, che ho apprezzato sicuramente più del libro. Sono le immagini in questo caso a parlare, a segnare impressioni, sensazioni, emozioni.
Un po' come fa, in modo però molto più estremo, David Linch, regista molto visionario, che si affida alla forza delle immagini, alla loro suggestione. Questo appunto può frustare lo spettattore comune che quando va al cinema si aspetta dal film che abbia un inizio, uno sviluppo e una fine, non magari una serie di immagini, a volte senza alcun nesso causale, come appunto accade in molti film di Linch.
Nella "Solitudine dei numeri primi" ciò non accade: l'inizio, lo sviluppo e il finale sono presenti, anche se destrutturati. Il finale, poi, è diverso dal libro, è più ottimistico. Lascia delle porte aperte, concede una chanche ai due protagonisti, che nel libro non era loro concessa.
13:58
Scritto da: psichebo
in cinema e tv, Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: solitudine, sofferenza, anoressia, disperazione, numeri primi, saverio costanzo, paolo giordano | OKNOtizie |
Facebook
09/07/2010
Perchè andare dallo psicologo?
Persiste e resiste ancora il pregiudizio che lo psicologo è una sorta di medico dei matti e che comunque dallo psicologo ci si va se proprio non ce la si può fare da soli, come estrema ratio, come ultima spiaggia.
Ma perché nel 2010 si ha ancora "paura" ad andare dallo psicologo?
Questo post ma l'intero blog hanno proprio lo scopo di cercare di sconfiggere queste false credenze, questi pregiudizi perchè le persone possano avvicinarsi al mondo della psicologia con un atteggiamento diverso, meno diffidente e sospettoso.
Anche il M.I.P. , di cui ho scritto in questa sede, ha questa finalità. Io nell'ambito del MIP ho organizzato, infatti, proprio una serata dal titolo: "Perchè dovrei andare dallo psicologo? Ce la posso fare benissimo da solo!". Il titolo un po' provocatorio rispecchiava il preconcetto, purtroppo largamente ancora diffuso, del perchè una persona dovrebbe andare proprio da uno sconosciuto a raccontare i propri problemi.
Ma intanto uno dei motivi principali è proprio perchè lo psicologo è un estraneo, e, in quanto tale, non si è ancora creato idee preconcette e pregiudizi su di noi, come succede ai familiari e agli amici che ci conoscono da tanto tempo e che quindi, per forza di cose, non possono essere "obiettivi".
Perchè ci vergogniamo di dire che andiamo da uno psicologo, che abbiamo bisogno dell'aiuto di un esterno che ci potrebbe aiutare in un momento di difficoltà?
E' proprio questo il punto: avere bisogno di aiuto. E già rendersi conto che non riusciamo ad affrontare quel problema da soli, che abbiamo bisogno di qualcuno, può essere proprio il primo passo.
E' umano chiedere aiuto e non c'è motivo di vergognarsene. Noi non possiamo essere onnipotenti, non possiamo farcela da soli sempre, in ogni occasione. Ogni tanto possiamo lasciarci andare, affidarci ad un esperto.
Ci vergogniamo perchè pensiamo che gli altri possano pensare che non siamo più magari efficienti e bravi a cavarcela come prima? E allora? E se anche fosse? A tutti può capitare, infatti, in un momento particolare della propria vita, magari in cui ci sentiamo in crisi o sotto stress, di avere bisogno dell'aiuto di uno psicologo.
A chi dobbiamo dimostrare di essere sempre all'altezza, di sembrare sempre vincenti? Questo atteggiamento non può essere realistico, è una forzatura. I momenti di difficoltà, di crisi fanno parte, inevitabilmente, della vita di tutti quanti.
Ma le situazioni di crisi possono essere viste anche come un grande opportunità di scelta che ci viene concessa, come occasioni di crescita. Questo è un cambio di prospettiva notevole che ci invita a cogliere le nostre risorse, anche nelle situazioni di estrema difficoltà.
Se non riusciamo, però, a farcela da soli, in quel determinato periodo, per una serie di motivi o di concause, non dobbiamo colpevolizzarci, possiamo appunto scegliere di chiedere aiuto. E' una opportunità anche questa che ci possiamo concedere.
Le situazioni più frequenti, nelle quali una consulenza psicologica può essere utile possono essere diverse:
-per affrontare una crisi temporanea o un momento di passaggio, come difficoltà lavorative o scolastiche;
-periodi critici come l'adolescenza, la maternità, la menopausa, o il pensionamento;
-eventi significativi della vita come il matrimonio o il divorzio, la gravidanza o un aborto, le separazioni, i lutti, i trasferimenti, i licenziamenti;
-conseguenze psicologiche a seguito di incidenti, ricoveri, o comunicazione di diagnosi di malattie invalidanti.
In questi casi il sostegno offerto dallo psicologo aiuta nell’accettazione della mutata situazione, mitigando gli effetti di tali eventi sulla qualità della vita;
-incertezze derivanti da situazioni di emergenza quali aggressioni, atti di terrorismo, eventi naturali catastrofici (pensiamo ai terremoti);
-situazioni di forte tensione sociale e di minaccia alla sicurezza (crisi economiche, atti di vandalismo e bullismo, abusi sessuali e violenze).
Lo psicologo poi può intervenire per favorire:
- l’orientamento personale, scolastico e professionale, in occasione di passaggi scolastici, cambiamenti lavorativi;
- la crescita interiore e le capacità relazionali (aumentando, per esempio, la consapevolezza di sé, degli altri e del proprio contesto familiare, sociale, lavorativo o scolastico);
Per fronteggiare situazioni che potrebbero evolvere in vera e propria patologia, (ad esempio, quando ci si accorge dell’insorgere di comportamenti strani o eccessivi in se stessi o nei propri familiari o amici).
Ingiustificate paure che ostacolano il mantenimento delle consuete abitudini di vita; eccessi di alcool, fumo, gioco, o dell’uso di internet; una gelosia esagerata, un’insolita necessità di dormire oppure un’insonnia persistente; un senso di perenne insoddisfazione ed oppressione: possono essere tutti esempi cui prestare la massima attenzione ed eventualmente decidere per una consultazione psicologica.
In tali casi il ricorso all’aiuto di uno psicologo consente di evitare o di fronteggiare tempestivamente la possibile degenerazione in patologie conclamate, quali disturbi di ansia, depressione o di varia dipendenza.
Lo psicologo è quindi la figura professionale di riferimento per tutte le persone che desiderano migliorare il proprio benessere psicologico, potendo essere di aiuto nell'ottimizzazione della qualità della vita.
Possono rivolgersi allo psicologo allora tutti coloro che desiderano in generale aumentare il senso di consapevolezza riguardo alla propria vita e alla realizzazione di se stessi.
13:58
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: psicologo, pregiudizi, benessere, qualità della vita | OKNOtizie |
Facebook
18/06/2010
Bilancio del Maggio di Informazione Psicologica
Si è svolto nel mese di Maggio il MIP : Maggio di Informazione Psicologica.
Io ho aderito, insieme ad un gruppo di una ventina di psicologi, nella città di Bologna, dove vivo ed opero.
Personalmente ho tenuto 4 incontri su diverse tematiche in orari e giorni diversi della settimana e in sedi differenti. Sono stata l'unica fra il gruppo di Bologna ad organizzare 4 incontri su tematiche differenti. Credevo molto, infatti, in questo progetto.
L'affluenza alle iniziative è stata in crescendo, considerato che il primo evento da me organizzato sul cinema si è tenuto il 3 maggio ed è stato anche il primo degli incontri tenutisi a Bologna. Per gli eventi successivi ha funzionato di più il passaparola.
I canali di pubblicizzazione dell'evento, che è stato interamente autofinanziato, non avendo sponsor, sono stati la distribuzione di volantini in cui erano elencate tutte le singole iniziative in varie sedi della città (principalmente farmacie, studi medici, biblioteche, librerie, centri estetici, centri benessere, ma anche circoli culturali ed esercizi commerciali) e la diffuzione via internet attraverso il sito del comune e altri siti.
Per la diffusione del mip ha sicuramente funzionato bene anche il passaparola.
In totale si sono svolti a Bologna e provincia 25 incontri, alcuni a carattere più esperenziale, altri tipo conferenza, a carattere divulgativo, rivolti ad un pubblico di non addetti ai lavori.
Per quelli che ho condotto io, posso dire che ho riscontrato un certo interesse, sia per l'iniziativa in genere che è stata apprezzata dalla cittadinanza nelle sue finalità, sia per il considerevole numero di domande che mi sono state poste alla fine degli incontri.
Le persone che hanno partecipato erano di età diversa ma la fascia più rappresentativa era quella che andava dai 30 ai 45 anni.
Il Mip quest'anno era alla sua terza edizione e, rispetto agli altri due anni, ha avuto un maggiore riscontro da parte del pubblico sia per quanto riguarda l'affluenza alle iniziative sia ai colloqui gratuiti, altra risorsa che noi psicologi abbiamo messo a disposizione dell'utenza.
Ci auguriamo che con il passare del tempo l'iniziativa possa avere sempre maggiore successo e possa ottenere sempre più consensi fra la popolazione.
Il mio impegno e quello della parte del gruppo di lavoro che si è attivato maggiomente si è profuso perchè ciò accadesse.
Io personalmente credo molto in questo tipo di iniziative che hanno la finalità principale di cercare di far avvicinare le persone alla psicologia, conoscendone i diversi ambiti applicativi e le varie tematiche, in un'ottica di prevenzione del benessere psicologico, fondamentale per una buona qualità della vita.
13:24
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: psicologia, informazione, mip, prevenzione, benessere | OKNOtizie |
Facebook
14/04/2010
Aiutaci a diffondere una corretta informazione psicologica
Anche quest’anno nel mese di Maggio partirà il MIP (Maggio di Informazione Psicologica). Questa è la terza edizione.
L'obiettivo principale del MIP è quello di far avvicinare il grande pubblico e il singolo cittadino alla Psicologia.
Il MIP è un'iniziativa di Psycommunity, la comunità virtuale degli psicologi italiani che si impegnano, a titolo volontario, a promuovere eventi e manifestazioni culturali inerenti la Psicologia.
Più di 500 psicologi in tutta Italia hanno aderito per offrire un colloquio psicologico gratuito e per organizzare incontri, serate a tema, seminari su tematiche psicologiche in varie città. Tutte le iniziative saranno gratuite.
Per tutto il mese di Maggio collegandoti al sito del MIP potrai prenotare un colloquio psicologico gratuito con lo psicologo a te più vicino.
Potrà essere l’occasione giusta per vederci in azione, per stabilire un primo contatto in caso di bisogno, per saperne di più sulla Psicologia e sull’importanza di una corretta informazione sulla salute mentale e sul benessere psicologico.
Ci aiuterai a promuovere la cultura della prevenzione e, in un mondo distratto e pieno di rumore, potrai trovare professionisti competenti, capaci di fornirti un ascolto attento e non giudicante.
Come psicologa anch'io aderisco a questa importante iniziativa sia offrendo il primo colloquio gratuito sia organizzando 4 eventi nella città di BOLOGNA.
Il 1° evento si svolgerà il 3 Maggio alle ore 18.30 dal titolo Psicologia, Cinema ed Emozioni. Perchè un fim ci emoziona più di un altro? Si rivolge a chi è interessato a scoprire cosa succede, a livello psicologico, quando andiamo al cinema a vedere un film.
Il 2° il 6 Maggio alle ore 20.30 dal titolo "Perchè dovrei andare dallo psicologo? Ce la posso fare benissimo da solo!" Per riuscire a sciogliere qualche dubbio sul ruolo dello psicologo e a sfatare i pregiudizi che ancora esistono nei confronti di tale figura professionale.
12:59
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (1)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: benessere psicologico, colloquio gratuito, mip, informazione, psicologia | OKNOtizie |
Facebook
18/12/2009
Il Sogno al Cinema
E' con grande piacere che Vi segnalo che è in rete il mio libro dal titolo "Il Sogno nel Grande Schermo. Rappresentazione e Funzione del Sogno nel Cinema".
Si tratta di un libro scritto per chi si occupa di psicologia ma anche per chi semplicemente si interessa all’argomento.
Partendo dall’analisi dei rapporti fra cinema e sogno e dalle sue numerose analogie prende in considerazione le principali teorie oniriche, psicodinamiche e non, e i vari modelli di sogno rintracciabili nei film analizzati.
Ma questo libro è stato pensato anche per i tanti amanti del cinema.
Definito fin dalle sue origini una fabbrica di sogni il cinema continua a produrre artificialmente sogni. Esso offre, infatti, ad un gran numero di persone la possibilità di sognare insieme lo stesso sogno e mostra i fantasmi dell'irreale.
Sono passati 115 anni dalla sua nascita eppure, nonostante tutte le nuove tecnologie imperanti, il cinema continua ad esercitare sullo spettatore ancora un grande fascino.
Come resistergli? Non ci resta allora che lasciarci sedurre dal suo potere ancora così ammaliante.
Se siete interessati, questo è il link dove potete visionare un'anteprima del libro, lasciare un commento o acquistarlo: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=373424
Mi auguro vivamente che possiate trovare l'agomento di vostro interesse. Ogni vostro feedback per me sarà prezioso.
Allora buona lettura!
15:28
Scritto da: psichebo
| Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: sogno, cinema, film, grande schermo, bunuel | OKNOtizie |
Facebook
01/12/2009
Aprire un blog può essere "terapeutico"
La storia del film è una storia vera e racconta la vita in parallelo di Julia Child nella Parigi degli anni '50 e quella di Julie nella New York del dopo 11 settembre. All'inizio Julie si chiede se il suo blog sulle complicate ricette della cucina francese possa interessare a qualcuno ma poi scopre, col passare del tempo, che viene sempre più letto fino a diventare uno dei blog più visitati della rete. Con suo gran stupore, la sua storia viene perfino pubblicata su un noto giornale, il che le permetterà di essere conosciuta e apprezzata e di potersi realizzare come scrittrice, suo grande sogno nel cassetto. Esattamente come era accaduto cinquant'anni prima alla sua eroina Julia.
Il semplice scrivere tutti i giorni su un blog, che nasce inizialmente come un gioco e come passatempo permette alla protagonista di impegnarsi seriamente in qualcosa, oltre al fatto, cimentandosi in ricette sempre più difficoltose (come per esempio lessare vive le aragoste e sviscerare un'anatra), di diventare un'ottima cuoca, guadagnando anche una maggiore fiducia in se stessa.
La storia di Julie fa riflettere sul fatto di come sia importante cercare di coltivare delle passioni, (vedi un mio precedente post sull'argomento), in questo caso cucinare (a Julie piaceva già cucinare ed era apprezzata dal marito e dagli amici che invitava spesso a cena). e di come sia altresì fondamentale poter esprimere se stessi scrivendo per/a qualcuno.
Imperversano in rete i blog di cucina che propongono le più svariate ricette su qualsiasi cibo e su come fare colpo, per esempio, sul partner. L'universo dei blogger infatti si sta sempre più espandendo nella rete. Esistono blog di poesie, di foto, di viaggi, di opinioni, di esperienze intime e personali che ogni blogger sente la necessità di mettere in rete per condividerle con qualcuno.
Il sapere, infatti, che c'è qualcuno, magari da tutt'altra parte, connesso ad un computer che ci legge ci può far sentire intanto meno soli e ci permette soprattutto di esprimerci. E magari, come è successo alla protagosta del film, può dare un senso alla propria vita. E non è davvero poco!
12:34
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: cucina, passioni, interessi, potersi esprimere, blog, "julie & julia" | OKNOtizie |
Facebook
27/10/2009
Quanto ci si può fidare del partner? Il sospetto
La scorsa settimana ho visto al cinema il film italiano "La doppia ora". Come ho provato a fare per altri film che mi hanno fatto riflettere e di cui ho scritto in questo blog vorrei partire da questa pellicola per ampliare un po' l'argomento parlando della fiducia nei rapporti di coppia.
La protagonista del film,Sonia, è una ragazza di Lubiana trasferitasi a Torino dove conosce in uno speed date un ex poliziotto. Scatta subito fra i due l'attrazione e inizia una storia. Senza svelare troppo la trama per quelli che non l'hanno ancora visto, il protagonista Guido che ha un amico poliziotto che lo vuole mettere in guardia su Sonia, comincia a sospettare che la persona di cui si è innamorato non sia quella che lui pensa. I continui sospetti dell'amico poliziotto su questa ragazza cominciano a far vacillare la fiducia che Guido nutre nei confronti della sua ragazza. Lui infatti si fida di lei anche se non conosce la sua storia. Non sa niente di lei. Poi ricostruisce delle informazioni di cui prima non era a conoscenza e arriva a scoprire la verità. Una dura verità.
E' questo uno dei grandi temi affrontati nel cinema: pensiamo al bellissimo "Il sospetto" di Hitchcock in cui la protagonista è dilaniata dal sospetto che l'uomo che sposa contro il volere dei genitori, interpretato da Cary Grant, non sia l'uomo di cui si sia innamorata ma una persona senza scrupoli che voglia avvelenarla per intascarne l'assicurazione. Ma poi si scopre che il marito non aveva mai provato ad ucciderla e che i sospetti della protagonista erano infondati. La cosa bella del film e che lo rende un potente thriller psicologico è che la donna vive nel terrore che la persona con cui vive e che non conosce bene voglia addirittura ucciderla, senza avere delle prove, però. Lo sospetta appunto.
O il più recente "Malice- Il sospetto", film americanno del 1993 con Nicole Kidman, in cui questa volta è il marito a nutrire dei sospetti sulla moglie che architetta con un complice un piano per ottenere un risarcimento dall'ospedale dove era stata operata. Il protagonista comincia ad avere forti sospetti sulla moglie che era rimasta incinta, quando scopre per caso di essere sterile e che quindi suo moglie l'aveva tradito con un altro uomo. Da allora comincia ad indagare e scopre il piano diabolico della moglie. Ma in questo caso il sospetto era più che fondato.
Questo tema del sospetto apre tanti interrogativi: quanto ci si può fidare della persona con cui si sta, soprattutto se non la si conosce abbastanza? La fiducia nel partner può essere illimitata? Quando si cominciano a nutrire dei sospetti nei confronti del partner cosa si può fare? Come si può convivere con questo pensiero che può diventare perfino ossessionante? Se non si ha più fiducia nel partner la relazione può andare avanti lo stesso? Come si fa a portare avanti infatti una relazione in un clima di non fiducia?
Un tema correlato a questo è la paura del tradimento. La fiducia, infatti, è alla base di una relazione di coppia: quando viene a mancare si corre il rischio di compromettere seriamente il rapporto e un clima di sospetti su un eventuale tradimento del partner o su chi sia veramente la persona con cui si condivide un percorso di vita e che si pensava di conoscere così bene non può che peggiorare il senso di insicurezza che vive chi non riesce più a fidarsi dell'altro.
Diverso ancora è il caso delle persone che non riescono fin dall'inizio della storia ad avere fiducia nel partner, anche approfondendo con il tempo la conoscenza e che quindi non fidandosi, vuoi per problemi familiari, vuoi per storie precedenti che hanno provocato sofferenza e di conseguenza forte delusione, hanno dei problemi anche ad "affidarsi" all'altro. Costoro corrono il rischio di sospettare sempre che l'altro, prima o poi, li possa deludere, come magari hanno fatto gli altri partner che hanno avuto oppure come ha fatto il genitore di sesso opposto che non li ha fatti sentire sufficientemente protetti quando erano bambini.
14:00
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: fiducia, sospetto, tradimento, coppia, partner, "la doppia ora" | OKNOtizie |
Facebook
11/09/2009
Le consulenze on line
Introduzione
È evidente a tutti come negli ultimi tempi stia cambiando la fruizione da parte della popolazione di strumenti ad alto contenuto tecnologico. Basti pensare alla grande diffusione dei telefoni cellulari, dei dispositivi satellitari, del personal computer, e quindi anche di internet.
Rispetto alla realtà degli Stati Uniti, in cui la pratica delle consulenze/psicoterapie on line è molto più diffusa e da molto più tempo, nel nostro Paese la diffusione di tale strumento ha preso piede e forma concreta solamente negli ultimi dieci anni, da quando si è compresa l’importanza dell’informazione nella cura e prevenzione dei principali disturbi psicologici-psichiatrici.
Di conseguenza l’utilizzo sempre più massiccio di tali strumenti tecnologici ha mutato i tempi, i modi e la qualità della nostra vita di tuttii giorni. E tale cambiamento è avvenuto soprattutto per quanto riguarda la modalità di comunicare e di relazionarsi fra gli uomini.
Cosa sono le consulenze/psicoterapie on line?
Fermo restando che esiste una differenza sostanziale tra consulenza e psicoterapia possiamo cercare di dare una definizione di cosa si intenda per consulenza (o counseling) on line e per psicoterapia on line.
Con il termine “consulenza psicologica on line” si intende un processo di consulenza psicologica realizzato in rete, mediante una connessione ad internet, che si può effettuare sia attraverso l’invio delle e-mail sia attraverso l’uso delle chat-line, che permettono, a differenza delle prime, un contatto in diretta fra il consulente e il consultante, geograficamente magari distanti fra loro. Un ulteriore strumento è rappresentato dalla consulenza on line in collegamento diretto audio-video, tramite l’utilizzo di una tecnologia più sofisticata, ma che permette in tempo reale uno scambio sincrono di rappresentazioni di immagini e suoni fra consulente e consultante.
Mentre la “psicoterapia on line” può essere definita come quel “trattamento e cura non farmacologica dei disturbi della psiche conseguibile all’interno di una relazione terapeutica priva della presenza fisica dei due partner”.
Differenze e somiglianze metodologiche fra la consulenza tradizionale e quella on line
Il professionista che lavora in rete ha come riferimento, in ogni momento del processo di consultazione, le regole e i modelli derivati dalla metodologia della consulenza psicologica più tradizionale che viene realizzata faccia a faccia in un ambiente condiviso da entrambi gli interlocutori, in una stanza di consultazione.
Il corpus teorico-metodologico dal quale prende forma e si dispiega il processo di consulenza on line è pertanto il risultato di una trasformazione di quello impiegato nell'incontro vis a vis.
In altre parole, le differenze fra le due forme di lavoro ci sono, ma sono perlopiù di ordine metodologico-strumentale.
Le diversità fra i due strumenti di lavoro sono riconducibili, essenzialmente, alle diverse marche di contesto che rispettivamente li caratterizzano.
In particolare, esse sembrano essere legate alle dimensioni contestuali e di setting nei quali si organizzano e si dispiegano i processi comunicativi e relazionali che sostanziano le due tipologie di consulenza.
In sostanza il consulente e il consultante, motivati l'uno a offrire e l'altro a ricevere aiuto e sostegno a livello emotivo e relazionale, sono (e rimangono) due persone, che invece di comunicare e relazionarsi all'interno di una stanza, lo fanno stando l'uno lontano dall'altro.
La consulenza on line e la consulenza realizzata vis a vis, pur muovendosi da e attraverso epistemologie e contesti diversi, costituiscono due strumenti finalizzati al raggiungimento di uno scopo comune: quello di riuscire a chiarire la qualità del problema-bisogno e l'eventuale sintomatologia prevalente che stanno alla base della richiesta di consultazione.
Attraverso la restituzione vengono comunicate al paziente anche le modalità e i tempi ipotizzati per la “risoluzione” del suo problema-bisogno o l'opportunità di incontrare altri professionisti per gli accertamenti diagnostici del caso.
La consulenza on line è un tipo di intervento sostanzialmente “breve” perché l'intero percorso nel tempo può durare, a seconda dei casi, da un minimo di uno a un massimo di 4-5 “incontri”.
Per quanto riguarda la dimensione temporale, il consulente dopo aver posto una preliminare attenzione, a scopo anamnestico e diagnostico, alla storia passata del consultante e al suo mondo relazionale, sarà prevalentemente orientato a considerare la situazione attuale e gli sviluppi che essa potrebbe avere sul futuro prossimo della sua vita.
Vantaggi e svantaggi della consulenza on line
Uno dei vantaggi della consuelnza on line risiede principalmente nell’immediatezza del contatto e nella garanzia dell’anonimato offerta dal consulente a chi richiede una consulenza. Pensiamo infatti quanto sia ancora diffuso fra la popolazione il pregiudizio che allo psicologo si rivolge chi “non ha la testa a posto” e quanto tale richiesta di aiuto sia vista, ancora da molti con estrema vergogna.
Quindi la conservazione dell’anonimato può favorire una maggiore disponibilità a chiedere aiuto da parte del consultante.
Da varie ricerche risulta, infatti, come il primo contatto in rete con il professionista inneschi processi più ampi e spinga spesso l’utente ad iniziare un percorso terapeutico personale di tipo tradizionale. Questo è, del resto, uno degli obiettivi del counseling on line.
La richiesta di un “consiglio” on line può rappresentare l’oppurtunità di fare il primo passo che rompe il silenizio e la paura di chi per la pima volta decide di parlare con un esperto del suo problema.
Gli svantaggi sono ovviamente rappresentati dalla mancanza di tutte le informazioni a livello della comunicazione non verbale (lo sguardo, la mimica, il modo di stare seduti, l’aspetto fisico sia del professionista sia del cliente). Ma ciò che avviene attraverso le consulenze on line è comunque una vera comunicazione sia da una parte sia dall’altra.
Un altro svantaggio è rappresentato dal fatto che, a differenza della consulenza tradizionale, la consulenza on line non ha una storia di successi validati scientificamente, essendo una pratica molto recente e di conseguenza richiede di essere verificata e valutata nel tempo.
14:05
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (1)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: consulenza on line, counselling, psicologia, psicoterapia, psicologo | OKNOtizie |
Facebook
13/02/2009
Milk: il coraggio delle proprie idee
Eccomi di nuovo a scrivere di cinema. Ci sono tanti film interessanti in questo periodo da andare a vedere.
Uno di questi è sicuramente il film "Milk" del regista Gus Van Sant con un bravissimo Sean Penn, che interpreta Harvey Milk, il primo americano gay dichiarato ad essere eletto per una carica pubblica.
Il film ripercorre appunto la vita di Milk dal 1970 in cui il protagonista ha appena compiuto 40 anni fino al 1978, anno del suo assassinio.
Già dalle prime battute il protagonista Harvey confida al ragazzo che diventerà il suo compagno di essere certo di non arrivare a compiere 50 anni. Questa affermazione che dà già una sensazione di sinistro è come se fosse una sorta di "autoprofezia che si autoavvera". L'altra certezza di Harvey è di non aver combinato niente nella sua vita di cui andare particolarmente fiero. E' forse questo pensiero che lo porta a decidere di vivere la propria omosessualità alla luce del sole e a trasferirsi a San Francisco nel quartiere Castro che diventerà in poco tempo una roccaforte gay.
Quello che colpisce di questo uomo normale è la determinazione, il coraggio delle proprie scelte e la capacità di appassionare alla sua causa un gruppo di ragazzi che faranno parte del suo staff e che dopo la sua morte continueranno negli anni a portare avanti il suo impegno affinchè i gay possano godere degli stessi diritti civili degli altri cittadini.
Il film infatti racconta soprattutto il clima di intolleranza che si respirava in quegli anni. Intolleranza che si esprimeva nelle retate della polizia nei confronti dei gay, (che ci vengono proposte nelle immagini di repertorio), nelle battaglie ideologiche dei suoi avversari politici che culminano nel suo assassinio, ad opera di un suo collega consigliere, di idee opposte alle sue che all'inizio viene attratto da questo uomo così normale e così determinato ma che poi uccide, colpendolo alle spalle.
Morte prematura ma annunciata che però non è avvenuta invano dal momento che il nome di Milk continua a circolare come esempio di coraggio a distanza di trent'anni anche nelle nuove generazioni. Il regista stesso infatti ha dichiarato che fece outing dopo che Milk venne ucciso.
14:48
Scritto da: psichebo
in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: "milk", gay, coraggio, outing, intolleranza, diritti gay | OKNOtizie |
Facebook
12/01/2009
L'importanza di avere delle passioni
E' fondamentale avere delle passioni nella propria vita. Qualcosa che ci emozioni, ci faccia sentire vivi, che ci tenga occupati, che ci aiuti a staccare dal lavoro, dalle preoccupazioni quotidiane. Coltivare qualcosa di nostro che si può anche condividere con gli amici o con il/la partner ma che però dobbiamo sentire principalmente nostro.
Io, per esempio, ho la passione per il cinema ma anche per la musica e per altre cose.
Può essere un hobby, un'idea, un passatempo, un gioco, uno sport da praticare ma è importante che la coltiviamo e che non lasciamo che gli altri ce la facciano abbandonare.
Potrà sembrerà banale ma non bisogna sottovalutare l'importanza di coltivare una passione nel corso della propria vita. Le passioni con il tempo possono anche cambiare: quello che ci piace da adolescenti magari può non piacerci più a trenta anni . O forse sì se la nostra passione è forte e resiste agli attacchi del tempo e dell'età.
Senza passioni la vita può essere monotona, ripetitiva, priva di stimoli e spesso, purtroppo, per alcuni lo è .
Ecco allora se troviamo qualcosa nel nostro percorso di vita che ci piace veramente, che ci diverte, che ci fa stare bene proviamo a non perderla per strada o ad abbandonarla. Proteggiamola e vogliamole bene! Permetteremo in questo modo di volere più bene anche a noi stessi.
19:12
Scritto da: psichebo
in opinioni | Link permanente | Commenti (1)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: passione, vita, percorso | OKNOtizie |
Facebook
17/12/2008
La presenza a scuola dello psicologo è importante
Non esiste ancora oggi in Italia un servizio psicologico per la scuola. Noi pensiamo invece che la nostra scuola abbia bisogno di psicologia e che sia importante per gli insegnanti, per gli alunni, per i genitori e per tutta la comunità scolastica la presenza di questa figura professionale per offrire la sua ricchezza e il suo contributo sia per gli aspetti legati alla prevenzione sia per gli interventi mirati alla promozione della salute e del benessere psico-fisico delle giovani generazioni.
Finora, però, all’interno delle scuole si è sviluppato più che altro un modello di intervento che potesse correggere le anomalie. Bisognerebbe allora superare una visione alunnocentrica della scuola, per lo più rivolta all’individuazione del disagio del singolo allievo e alla sua risoluzione (e svincolarsi da una mentalità essenzialmente clinico-terapeutica) e pensare lo psicologo scolastico come una figura che si avvale di una pluralità di competenze psicologiche e che possa rispondere ai vari bisogni (consulenza, formazione, analisi organizzativa, orientamento) delle diverse componenti del sistema-scuola: docenti, alunni, famiglie, personale amministrativo ed ausiliario.
Il disagio di un allievo, infatti, se ha condizioni strutturali più radicali, non viene più ad identificarsi con il caso singolo, quello certificato dal servizio sanitario pubblico, ma presenta, ormai, confini maggiormente sfumati e generalizzabili. Esso viene, pertanto, a collocarsi all’incrocio di numerose variabili: familiari, sociali, culturali, strutturali all' istituzione scolastica stessa.
La scuola, allora, non dovrebbe più essere vista soltanto come un luogo di cura, ma come uno spazio e un tempo privilegiato di acquisizione dei sistemi simbolico-culturali e di socializzazione.
Essa dovrebbe rappresentare un contesto atto a favorire il processo educativo, nel quale anche la competenza psicologica si pone al servizio degli adulti: genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, personale non docente, al fine di coordinare iniziative educative fra la scuola e la famiglia.
Un contesto idoneo a rendere i genitori competenti. Un contesto efficace nel progettare piani e processi didattici e volto a migliorare l’organizzazione didattica.
Lo psicologo all’interno del sistema scolastico può proporre interventi di promozione della salute e del benessere psico-fisico, tenendo conto in particolare dei contesti di sviluppo dei giovani, in modo da favorire l’aumento delle competenze educative degli adulti che entrano in relazione con i ragazzi: genitori, educatori, insegnanti.
Uno dei compiti dello psicologo consiste, infatti, nel diffondere una sensibilità psicologica nei rapporti fra le persone per produrre un clima scolastico basato su un confronto positivo ed aperto e nel favorire in chi vi opera (studenti, insegnanti, famiglie, personale non docente) la conoscenza dei processi dell’età evolutiva e di rinforzo personale, la costruzione di relazioni significative, lo sviluppo di competenze relazionali e l’utilizzo di tecniche comunicative.
Fine ultimo dello psicologo è quello di rendere l’ambiente della scuola un contesto educativo e di apprendimento, improntato sui processi di crescita psicologica degli studenti.
09:27
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: psicologo, scuola, insegnanti, genitori, disagio | OKNOtizie |
Facebook
27/11/2008
Quando è l'anima ad essere rotta
In una società fortemente in crisi come la nostra avvertiamo un forte bisogno di psicologia. Risulta, allora, importante per la comunità la figura dello psicologo per offrire la sua ricchezza e il suo contributo sia per gli aspetti legati alla prevenzione sia per gli interventi mirati alla promozione della salute e del benessere psicofisico.
In psicologia clinica però gli interventi che vengono per lo più attuati privilegiano un’ottica medicalistica, volta ad individuare il disagio. Finora, infatti, è prevalso un modello di intervento prevalentemente “ortopedico”, un modello, cioè, che potesse correggere le anomalie, come quando ci si rivolge appunto all’ortopedico perchè si ha una gamba rotta.
Ma quando è l’anima ad essere “rotta" ?
Non la si può portare semplicemente in officina come se fosse un pezzo della macchina da far sostituire.
Bisogna allora cercare di superare questa visione restrittiva dell’individuo volta soltanto ad individuare ciò che non funziona e focalizzarsi, invece, su ciò che funziona, sulle risorse che ognuno di noi ha.
Uno dei compiti dello psicologo consiste, infatti, nel diffondere una sensibilità psicologica nei rapporti fra le persone per produrre un clima basato su un confronto positivo aperto e soprattutto non giudicante.
Lo psicologo, essendo laureato in psicologia, ha una formazione che lo rende diverso per esempio dallo psichiatra, che è laureato in medicina, e che gli consente di approcciarsi al cliente con un attenzione particolare alla relazione terapeutica.
Il medico possiede le conoscenze e gli strumenti che gli consentono di conoscere prevalentemente l’uomo-macchina, inteso come un oggetto fisico e di intervenire su di esso. Lo psicologo possiede, invece, le conoscenze e gli strumenti per analizzare l’uomo-persona.
Lo psicologo, e in particolare lo psicoterapeuta, dovrebbe possedere un sapere che è l’insieme delle conoscenze teoriche apprese durante il percorso di studi quinquennale (ma che per uno psicologo “curioso” non finiscono mai), un saper fare che gli deriva dalla frequenza del tirocinio post-lauream e dalla pratica professionale e infine da un saper essere che è il frutto sì dei precedenti aspetti ma che è soprattutto la presa di coscienza del proprio modo di essere, quale risorsa da investire nello svolgimento della propria attività attraverso il rispetto, l’ascolto, l’empatia, l’accettazione per chi si rivolge a lui.
19:06
Scritto da: psichebo
in Psicologia | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: psicologia, psicologo, anima, disagio, medico, psichiatra | OKNOtizie |
Facebook
17/11/2008
Quando è l'uomo a soffrire per amore
Partendo dal film "L'uomo che ama" uscito nelle sale da qualche settimana vorrei parlare della sofferenza d'amore .
Nel film di Maria Sole Tognazzi a soffrire non è la donna, come spesso accade nella filmografia, ma è un uomo, un giovane uomo, interpretato da Pierfrancesco Favino, uno degli attori più rappresentativi degli ultimi anni del cinema d'autore. Un uomo con un lavoro sicuro, è un farmacista, una famiglia a cui è molto legato, soprattutto al fratello minore.
Il protagonista del film soffre per amore in situazioni della vita in cui ognuno di noi può trovarsi: lasciare una persona perchè non la si ama più o si pensa di non amarla più, come accade a Roberto quando lascia la bellissima Alba (interpretata da Monica Bellucci) , ed essere lasciati da una persona che si ama troppo e che non ci ama come la amiamo noi, come accade a Roberto quando scopre di essere stato tradito da Sara.
La sofferenza del protagonista quando decide di porre fine alla sua storia si manifesta attraverso sintomi fisici quali l'insonnia: Roberto non dorme più, ma non ne capisce il motivo, fa indagini cliniche da cui non emergono anomaile ma, continuando a stare male, fa luce dentro di sè e capisce di non amare più la donna con cui sta cercando casa.
Quando invece Roberto viene lasciato piange, è depresso, ha nausee che gli provocano il vomito, fa fatica ad alzarsi per recarsi al lavoro, rincorre l'amata , la cerca in modo quasi ossessivo, pur di vederla, a rischio anche di rendersi ridicolo perchè lei non lo vuole più.
L'esperienza dell'essere lasciato viene rappresentata nella prima parte del film e quella del lasciare ponendo fine ad un rapporto consolidato e stabile nella seconda attraverso un flashback. Solo nel secondo tempo, infatti, lo spettatore apprende che Roberto sei mesi prima viveva una storia con Alba che lo amava e con cui conviveva da tre anni.
Probabilmente Roberto soffre così tanto quando viene lasciato perchè rivive l'esperienza precedente, anche immedesimandosi nelle sofferenze della sua ex a cui sa di aver fatto del male. E' un dolore quindi anche retrospettivo.
Il film ha il pregio di farci vedere che a soffrrie per amore possono essere anche gli uomini, disperandosi piangendo e la scelta dell'attore che ha una fisicità così maschia rende il tutto ancora più forte perchè al cinema siamo abituati a vedere soprattutto donne depresse per amore, come per esempio nel film "I giorni dell'abbandono" in cui Margherita Buy viene lasciata dal marito per una donna più giovane. Oppure siamo abituati a vedere rappresentata la sofferenza maschile di uomini gay perche nella percezione comune un omosessuale che piange per amore è più accettato perchè ritenuto più sensibile, secondo un noto cliché.
La regista di L'uomo che ama, che evidentemente conosce molto bene l'animo maschile, essendo cresciuta in una famiglia di uomini, dimostra che per quanto riguarda la sofferenza per amore non c'è differenza di genere: gli uomini soffrono come le donne e che anche lasciare può essere un'esperienza molto dolorosa perchè causa enorme sofferenza alla persona a cui si è voluto bene e con cui si è condiviso un pezzo di vita, breve o lungo che sia.
11:31
Scritto da: psichebo
in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: sofferenza, "l'uomo che ama", lasciare, essere lasciati, amare | OKNOtizie |
Facebook
07/11/2008
Un gioco da ragazze
Vorrei parlare di un film che ho visto da poco. Si tratta di "Un gioco da ragazze" nelle sale in questi giorni ed opera prima del ventiseienne regista Matteo Rovere che descrive i lati oscuri dell'adolescenza. Presentato al festival di Roma ha suscitato non poche polemiche per la crudezza dei contenuti ma soprattutto perchè inizialmente era stato vietato ai minori di 18 anni. Divieto che in seguito è stato tolto ed ora la pellicola è vietata solo ai 14 anni.
E' la storia di tre compagne di scuola di un liceo privato che appartengono alla ricca borghesia di una città di provincia del nord . Annoiate dalla vita, maniacalmente attente alla dieta e al proprio aspetto fisico (i loro punti di riferimento sono Paris Hilton e Kate Moss) sono abituate ad ottenere tutto quello che vogliono, in primis dai genitori , per lo più assenti e troppo presi dal lavoro, e poi dalle istituzioni. A spezzare la noia delle loro vite è l'ingresso nella loro scuola del nuovo insegnante di italiano, giovane idealista che sembra avere come missione quella di risvegliare le sopite coscenze delle sue alunne e soprattutto di quella di Elena, la leader indiscussa delle tre e con un comportamento da "bulletta", come la definisce lo stesso professore prendendola in giro davanti ai compagni.
La pellicola sicuramente non lascia indifferenti e soprattutto nella prima parte è molto dura per le situazioni rappresentate. Colpisce in particolare la spregiudicatezza delle tre ragazze, in particolare di Elena, perchè le altre due ragazze più che altro si fanno trascinare dal suo fascino perverso che ammalia tutti, professore compreso, ma soprattutto colpisce per la superficialità e lo stile di vita delle ragazze che indossano abiti di lusso, frequentano centri di benessere e assomigliano più a delle donne che a delle adolescenti. Tutto ciò in un contesto dove le figure genitoriali sono pressochè assenti e gli altri adulti non ne escono sicuramente meglio. Le uniche frasi infatti con cui la madre di Elena si relaziona a lei sono: "hai mangiato solo un insalata, mangia qualcosa altro" o ancora "tutto bene?" pronunciate con assoluto distacco e poco interessamento.
Gli adulti in questo film sono presenti solo per non ostacolare le ragazze nei loro gesti trasgressivi e nei comportamenti aggressivi, per non punirle anche quando andrebbero punite, per scusarle, giustificarle sempre, non rendendosi conto che facendo così aumentano la loro impunità e il loro già smisurato senso di onnipotenza che fa vedere loro che gli altri sono solo degli strumenti per esercitare potere perchè probabilmente mai nessuno, fin da quando erano bambine, ha detto loro no, ha posto loro dei limiti che le avrebbe aiutate a crescere.
Non vi racconto il finale ma vi dico solo che il film non concede sconti , non dà scampo : nessuno si salva , non c'è catarsi , come nella maggior parte dei thriller per esempio, nulla cambia neanche dopo un evento tragico. Emblematica in questo senso la scena finale in piscina.
18:13
Scritto da: psichebo
in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0)
| Trackback (0) |
Segnala
| Tag: gioco, ragazze, adolescenza, genitori, "un gioco da ragazze" | OKNOtizie |
Facebook














































